Recensioni

Il jazz è un po’ come il metal: ha i suoi clichés da cui è difficile staccarsi. Tra le numerose declinazioni del genere, negli anni abbiamo visto succedersi il be bop, il cool, la fusion, il free, il jazz rock, l’electro jazz, e oggi? Non ci sono più scuole, tutti ibridano o si assestano su uno stile che recupera dal passato schemi ben definiti e in un certo senso consolatori. Nel primo caso si corre il rischio di mescolare troppi mondi senza seguire regole, facendo del patchwork sonoro anarchico un vanto più che una risorsa compositiva. Pochi gli artisti con una proposta valida, che utilizza le diverse anime di scuole e stili musicali con esiti durevoli. In questo senso vengono in mente Flying Lotus (come sintesi del cosiddetto jazz “internet-era”) e ultimamente il post-soul di Thundercat, entrambi usciti dalla Brainfeeder, etichetta simbolo del nuovo corso delle sonorità a cavallo fra hip-hop psichedelico e arrangiamenti più o meno black. Nel secondo caso c’è stato un ripescaggio delle vibrazioni cosmiche di Sun Ra e di molti altri numi tutelari psichedelico/free nella figura di Kamasi Washington, prima a supporto di Kendrick Lamar, e poi a suo nome negli album The Epic e Heaven and Hearth. A cavallo fra i due mondi possiamo menzionare la scuola south east londinese di Shabaka Hutchings, che ha prodotto l’ormai storica compilation We Out There (Brownswood Recordings, 2018) e contribuisce al suono innovativo di Sons of Kemet, Shabaka and the Ancestors, sulla classicissima etichetta Impulse!, come pure l’intera produzione avant-jazz dell’etichetta di Chicago International Anthem (Makaya McCraven, Rob Mazurek, Ben LaMar Gay, Dos Santos, etc.).
Il singolo Signal from the Noise apre il lavoro con un post-rock che ricorda le visioni più melodiche della Constellation (non a caso il trio è canadese, come la storica label dei Godspeed) mescolate a qualche sonorità pseudo-Canterbury; Unfolding (Momentum 73) coinvolge le strumentazioni new age di Laraaji e sembra direttamente venire dalla Los Angeles mistica di Alice Coltrane, mescolando paesaggi che ricordano a tratti le sonorità della ECM (ricordate Bright Size Life di Pat Metheny con Pastorius?); City of Mirrors propone un bel tappeto d’archi con un dialogo di improvvisazione fra pianoforte e la batteria suonata da Karriem Riggins; Beside April è una lounge raffinata con vene morriconiane e un bel solo di chitarra prog-hard del compositore di culto brasiliano Arthur Verocai, che la band ha da sempre definito come riferimento. Love Proceeding e Timid Intimidating insistono sulla vena salottiera con archi e flauto Seventies e fanno calare un po’ la tensione, mentre la conclusiva Talk Meaning ha un buon tiro free coltrainiano, grazie anche al featuring al sassofono di Terrace Martin (anche lui ha collaborato con Lamar) e alle pizzicate d’arpa di Brandee Younger, che ha da poco pubblicato un disco su Impulse! (Somewhere Different).
Talk Memory spazia dal rock indipendente al rap, passando ovviamente per jazz e altri mondi sonori. Un mix di stili che guarda più intensamente al passato rispetto al precedente IV (album che aveva una componente elettronica più sostanziosa) e che per questo cambia l’orizzonte, ampliandolo, anche se in alcuni brani risulta un po’ troppo manieristico. Il jazz delle nuove generazioni non può che essere così: si prova, si fa un reel su TikTok, si fa una collaborazione col rapper di turno, si va in studio, si pubblicano spartiti o compilation, ovviamente qualche videoclip e anche se tutto questo processo non può riuscire interamente alla perfezione, dopo un po’ ci si risolleva con qualche sprazzo di creatività e di energia. I Badbadnotgood sono tre ragazzi che sanno suonare, hanno raggiunto un buon livello tecnico, e stanno tentando di farsi strada in un mondo completamente da rinnovare come quello del jazz. La strada è ancora lunga.
Amazon
