Recensioni

Riuscire a trovare un equilibrio tra tradizione e stile personale, soprattutto in ambito jazz, è cosa ardua. Pertanto l’album numero IV della formazione canadese BadBadNotGood, alla luce dei risultati complessivi, è da accogliere col giusto giubilo da parte di chi seguiva il gruppo da tempo, e con una buona dose di curiosità da parte di chi invece si avvicina per la prima volta. In primis perché Matthew Tavares (tastiere), Chester Hansen (basso), Alex Sowinski (batteria) e l’ultimo arrivato Leland Whitty (sax) hanno sempre avuto quel taglio oscuro, notturno, ondivago e cinematico che caratterizza molte uscite targate, ad esempio, Denovali (si pensi a Kilimanjaro Darkjazz Ensemble et similia), avendo però cura di evitare le secche di genere; anzi, proponendosi più su un versante intelligibile e latamente pop, piuttosto che chiudersi in una autoreferenzialità forzata. Poi perché l’insieme di IV sottolinea quella vena ibrida che ha sempre visto i Nostri osare molto – tra cover, collaborazioni, intrusioni varie nel catalogo e nelle sonorità di un ampio spettro di musicisti grossomodo “hip-hop” – con una tranquillità e una scioltezza disarmanti. Roba che li porta a infilare Colin Stetson, Sam Herring dei Future Islands, Mick Jenkins, Charlotte Day Wilson e Kaytranada, rispettivamente, nello space-funk kraut spirituale di Confessions Pt. II, nel flow croonerone di Time Moves Slow, nel soul-gangsta coatto di Hyssop Of Love, nella lounge a-temporale di In Your Eyes e nei synthetic-groove notturni di Lavender. Infine, perché, tornando all’incipit, i BadBadNotGood si trovano ad essere ossequiosi verso la tradizione (la title track) ma anche, se non proprio irrispettosi, per lo meno provocatori nel loro essere figli dei propri tempi: in grado, cioè, di buttar giù pezzi come Structure N. 3 o Speaking Gently, re-visioni jazz-electro-space-prog “puntilliste” che li mostrano capaci di rovesciare quella stessa tradizione, smontandola e riassemblandola pezzo per pezzo.
Si sarà capito che ci si trova di fronte ad un album eccitante e vario, con qualche passaggio meno incisivo o troppo standardizzato, ma sono questioni di gusto o di lana caprina; un lavoro che scivola via senza mai diventare tappezzeria sonora, coraggioso ma di un coraggio mai troppo studiato o pianificato a tavolino, quanto figlio di una urgenza creativa naturale. Come se le session lampo con cui registravano i primi dischi abbiano abituato i quattro a gestire il fiume in piena, oppure li abbiano paradossalmente costretti a comprimersi, incanalando il flusso in qualcosa di compiuto e definito. Sia come sia, un’ottima pietra angolare per indagare i versanti più avant e ibridi di una cosa chiamata grossomodo “jazz”.
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