Recensioni

6.7

Spudorata “industry plant”, fecondata dal rapporto di sangue con Kendrick Lamar? Oppure elusivo ed autocompiaciuto genietto del nuovo mainstream alternativo? Forse entrambi, forse nessuno dei due.

Il Ca$ino di Baby Keem, cuginetto prodigio di K-Dot, arriva dopo cinque anni di speculazioni seguite a The Melodic Blue, un disordinatissimo, scanzonato ma originale e pimpante debutto discografico. È stato l’album che, dopo la viralità lampo di Orange Soda (pezzo contenuto nel mixtape Die For My Bitch, di un paio d’anni prima), ha consegnato a Keem le chiavi del successo a soli diciannove anni. Complice uno stile che agli snervanti banger affiancava frammentarie introspezioni, risvolti pop e sconfinate soluzioni vocali, capitanate dal registro squillante e acuto del rapper. È stato quel disco — di cui ricordiamo soprattutto la hit vincitrice ai Grammy Family Ties, che ha di fatto “resuscitato” Kendrick Lamar dal suo silenzio — a mandarci i primi segnali concreti sul valore artistico di Keem.

Hykeem Carter, che ora ha venticinque anni, torna riproponendo la stessa ricetta di The Melodic Blue, spalmata però su una tracklist più compatta (36 minuti per 11 brani invece che 53 minuti per 16), nevrotica e, finalmente, più personale e, nota di merito, auto-prodotta. Tuttavia, in costante squilibrio tra le proprie personalità, e tra forma e sostanza della sua poetica, Keem non sempre riesce a far confluire efficacemente il suo lato più gioielli-troie-macchine con quello più reale, frustrato e frustato da demoni, cicatrici e dal buio del passato.

La carne al fuoco, eppure, c’è, ed è spesso anche parecchio succosa, soprattutto quando è il vero bagaglio individuale di Keem a brillare. 95 Highway Pt. 2, seguito di uno dei suoi pezzi più ammalianti, è — oltre che un trasognante boom bap pianistico dal flow seghettato — il doloroso flashback di un ragazzino dall’innocenza perduta (mancanza di affetto, solitudine, povertà, vizi), raccontato con quella voce un po’ bambinesca che qui, e in altre confessioni dolorose, calza davvero a pennello. Gli spunti più intriganti, sia da Keem producer sia da Keem artista, emergono proprio in queste situazioni.

No Security, che apre il lotto, è un’abbattuta preghiera drumless con un sample soul, capace di incarnare paure, incertezze, brame e sensi di colpa di un “diciannovenne con qualche milione”. Gli stessi lividi dell’animo tornano nel finale con No Blame, che potrebbe benissimo essere la miglior canzone mai realizzata da Keem: con il suo nervoso minimalismo sintetico à la James Blake (che figura nei vocals) , riflette — come una lettera inzuppata di sangue e lacrime — sul rapporto distruttivo con la madre assente, drogata, bugiarda. E, diciamocelo, si va oltre la musica quando il trauma generazionale viene spezzato da un semplice “I don’t blame you mama” (proprio come abbiamo sentito in Mr. Morale & The Big Steppers e, più recentemente, in Live Laugh Love di Earl Sweatshirt).

In mezzo a questi due brillanti squarci del Keem più intimista, si susseguono cloni di Family Ties e Range Brothers, due esempi da Melodic Blue più che sufficienti della trap fluida, autoironica e quasi free form di Keem. Inutili, superflui, quindi, Circus Circus Freestyle, Ca$ino e House Money: reinterpretazioni — di certo ben fatte e attraenti — del “Migos sound” fatto di 808, flow in triplette e materialismo: davvero ce n’è ancora bisogno?

Nel limbo tra questi due mondi troviamo Good Flirts, con un Kendrick Lamar facilmente dimenticabile e una Momo Boyd (Infinity Song) invece perfettamente a suo agio nel suo R&B melenso, dove a spiccare è più un ritornello — e il relativo post-ritornello — dall’impeccabile struttura melodica che qualsiasi altro elemento. C’è Sex Appeal, sequenza hyphy con il vecchietto Too $hort al massimo piacevole per una festaiola retro tra palme, cocktail e piscina; c’è Birds & the Bees, robotica, scarna, alienata, in definitiva insipida, di cui abbiamo già uno stucchevole videoclip ufficiale; Dramatic Girl, pop spicciolo sì, ma talmente rasserenante che, proprio come 19 in The Melodic Blue, potrebbe diventare un highlight molto amato.

Baby Keem, indiscutibilmente uno dei talenti più promettenti tra chi macina grandi numeri, non ha forse ancora trovato la quadra per diventare una leggenda. Che riparta da pezzi come I Am Not a Lyricist: jazzy, meta-rap, espiatorio, che in tre strofe — oltre a omaggiare abilmente il flow di Andre 3000 — si svuota e riflette sui veri motivi per fare rap, che vanno oltre il semplice giocare con le parole (“play off words”) per far sentire la propria voce (“truly here for my voice to be heard”).

Per ora, sconclusionato nelle sue idee da irriverente poeta maledetto, il bimbo prodigio conserva più carica potenziale che concretezza. Ma ha già fatto più di tanti altri sedicenti fenomeni del rap contemporaneo.

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