Recensioni

Chi sarebbero stati i Beatles se i Beatles non fossero esistiti? Gli XTC? I Pavement? Ognuno ha la sua risposta. Ma dato che immaginare un mondo senza gli Scarafaggi richiede uno sforzo di fantasia troppo grande, potrebbe aver senso chiedersi chi sono stati finora i Beatles del XXI secolo. E qui si zazza meno perché il numero di opzioni a disposizione è oggettivamente più risicato e molti – non a torto secondo chi scrive – potrebbero rispondere gli Animal Collective. Anche qui, ovviamente, si può essere o meno d’accordo, ma ammettiamo che effettivamente le cose stiano così. Ha senso allora farsene un’ultima, di domanda: chi è il John Lennon e chi il Paul McCartney degli AC, se Avey Tare o Panda Bear. Che poi, Lennon o McCartney certo, ma il secondo brano in scaletta di questo 7s quarta prova lunga del David Portner solista, vale a dire Lips At Night, è un quasi omaggio a My Sweet Lord di George Harrison. Ma ci arriveremo.
Era naturale che uno stile musicale già di per sé fatto di infiniti incastri e accostamenti, di continui smontaggi e ri-montaggi, di eterne fughe e riapparizioni, trovasse corrispondenza nei mille rivoli rappresentati dalle carriere soliste e dai progetti paralleli intrapresi negli anni dai componenti l’ensemble. Percorsi alternativi ma contigui che, un po’ come nel caso dei Radiohead, hanno sempre risposto più alla necessità di mantenere viva la fragranza creativa e la freschezza mentale degli autori che al desiderio egotico di soddisfare loro aneliti di gloria personale. Gli AC sono come l’estetica musicale di cui son portatori, anche nella composizione si smembrano e ri-assemblano continuamente, metafisici come i soggetti dei quadri di De Chirico: un pezzo di qua, uno di là…
L’ultima prova in studio del gruppo risale all’anno scorso, quel Time Skiffs più rilassato e meditativo, organico e a suo modo pop, e rigorosamente senza ritornelli che – quantomeno al sottoscritto – più di tanto non aveva fatto stracciare le vesti. Ma i due frontman si erano mossi in anticipo. Avey Tare ha iniziato a fare dischi fuori dagli AC (da solo o in compagnia) una quindicina d’anni fa, mentre Panda Bear da addirittura prima dell’esordio in lungo del quartetto (ora non più) di Baltimora, che in verità era nato come una collaborazione a due i cui primissimi frutti discografici furono re-intitolati al marchio solo retroattivamente. Oggi però è diventato difficile orientarsi nel marasma di produzioni strettamente afferenti o collaterali allo stesso main brand, una gincana di titoli dove l’urgenza espressiva talvolta ha ceduto il passo alla prolissità.
Sarebbe stato strano se l’artista classe ’79 non avesse “sfruttato” la pandemia per lavorare in proprio, e in effetti durante le fasi più acute dei lockdown si è letteralmente chiuso in un home studio che gli ha fatto da bunker. Del resto la sua ultima fatica in solitaria, Cows on Hourglass Pond, risaliva a un annetto prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. 7s riprende il filo interrotto quattro anni fa, guardando al disco dato alle stampe a marzo 2019 soprattutto per quanto attiene al lato più “canzoniero” (aggettivo notoriamente da prendere con le molle nel caso degli AC), mentre per il lato sperimentale, folktronico e surrealista lo sguardo è più rivolto all’album ancora precedente, Eucalyptus. Il tutto però suona un po’ di maniera e in buona sostanza povero di ispirazione, non essendo sostenuto che dal mestiere.
In ogni caso, alla parte classic (ma parlare di divisioni stabilite a tavolino è improprio) provvedono, a loro modo, una The Musical in naturale continuità con l’afflato sunny del combo, seppur in questo caso più che mai essiccato, al sole; oppure la succitata harrison-ata, malinconica, dissonante e che, almeno nella strofa, par prendere le mosse dal brano guida del capolavoro solista del “terzo Beatle”, All Things Must Pass. Mentre alla parte dilatata e aperta alla contaminazione ci pensano Sweeper’s Grin, sorta di treno cosmico binario nel senso che si regge per otto minuti e mezzo su due-accordi-due, e Hey Bog, notturna, straniante e come al solito imbottita di effetti.
Ma come accennavamo su, ridurre tutto alla dicotomia tra classicismo e avanguardia come fossero approcci separati e a sé stanti non è corretto. C’è tanto dell’uno e dell’altro in entrambi gli emisferi. Uno yin e yang stilistico per cui sono ben evidenti le singole componenti ma è difficile separarle, ché poi è l’essenza stessa del Collettivo Animale, tanto che con l’opening Invisible Darling, per esempio, siamo in pieno territorio AC, con quei cromatismi fluo/exotic a tinte afro in ossequio all’experimental pop arcobaleno, o per meglio dire a pois, tipico della casa.
Ripetiamo, stabilire esattamente se trattasi di canone o sperimentalismo sarebbe da presuntuosi, quello che possiamo dire però è che il risultato non sorprende, nulla di 7s lo fa. L’unico -ismo di cui dà l’idea è quello con l’onan davanti, e per un artista non è commendevole guardarsi troppo l’ombelico, il che nel caso dei Nostri ultimamente accade di frequente. Da una decina d’anni abbondante, infatti, la sensazione che accompagna lo scrivente ogni volta che rimette piede nell’universo AC è che buona parte di quanto venuto dopo Centipede Hz, collettivamente o in veste di side-project, sia ridondante e in certi casi di una noia mortale. Fortuna appunto che alla base restano maestria e competenza.
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