Recensioni

Ricordo che la prima volta che ascoltai gli Animal Collective pensai: gli animali sono gli strumenti, che si dimenano. Era un sottobosco strumentale che dava un senso collettivo e animalesco. In realtà non era un disco propriamente a nome Animal Collective: si trattava di Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished, inizialmente accreditato a Avey Tare e Panda Bear.
Dave Portner da allora ha attraversato quasi tre lustri, in un certo senso ha anche visto consumarsi la vitalità del sottobosco, che ha avuto continuamente bisogno di rigenerarsi con i lavori solisti dei due Collective. Oggi il Nostro prova a dare nuova linfa con una band vera e propria, grazie alla collaborazione con le corde (specialmente basse) di Angel Deradoorian (ex Dirty Projectors) e le pelli isteriche di Jeremy Hyman (dai Ponytail). Una coppia di certo non pacifica, che si accorda in maniera a volte pregevole (come senso di complementarità) con il talento da songwriter fanciullesco di Portner.
Un trio pop pieno di guizzi di nervi, come dice il nome della band. Niente a che fare con il guizzo calviniano, che dà senso a una situazione. È semmai il contrario, come fossimo in una sala d’aspetto di un manicomio, dove tutti e tre i pazienti fanno gesti ossessivi e compulsivi, senza una coerenza d’insieme. Gli animaletti sono, insomma, ancora gli strumenti, che regalano fascino non-sense. Peccato che la maggior parte delle scelte di scrittura vadano verso l’ostentazione del catchy, che non sempre riesce a reggere il peso del carrozzone.
Più che scrittura verrebbe però da dire sceneggiatura, dato che Enter the Slasher House è una sorta di concept di pop psichedelico da horror movie. A partire dalla presentazione online: un sito web come si facevano una volta, pieno di flash, un sito-mondo fatto di kitsch psichedelico, che si auto-distruggerà presto come i fogli dell’Inspector Gadget. Il parossismo che sembra seguire Avey Tare raggiunge vette pop con Little Fang, dove Portner sembra imitare Ariel Pink e i suoi “temi (per nulla) maturi”. Qui il catchy funziona e forse fa ancora meglio quando lascia spazio alle continue scariche di Jeremy Hyman (The Outlaw, praticamente come se i Talibam! facessero canzoni pop) o quando il basso di Deradoorian va in primo piano (Your Card).
L’associazione a Pink ci porta a una considerazione, finale ma generale. Avey, così come Ariel, trova una via all’ipnagogico che si risolve in un pop-rock artificiale e modaiolo, prendendo i due aggettivi senza connotazioni. Così come il glam nei Settanta nei confronti del rock da mass culture, oggi il rock più capace di non prendersi sul serio reagisce alla cultura hipster mainstream come fosse il glam del millennio inoltrato: guizzando come fanno gli Slasher Flicks.
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