Recensioni

L’irudina è l’inibitore della trombina più potente in natura. È un peptide anticoagulante ottenuto dall’estratto secco e raffinato della testa di una specie appartenente alla sottoclasse delle sanguisughe. Il concept del quarto lavoro degli Austra di Katie Stelmanis è l’importanza di lasciarsi guarire. Ed è alquanto singolare che esca nel bel mezzo di una pandemia globale.
Se Future Politics era tutto proteso verso l’esterno, occupandosi delle strutture di potere che modellano la società, ed esprimendo un gesto estetico di opposizione e resistenza al capitalismo postmoderno, questo HiRUDiN è totalmente introspettivo, sia pur animato da uno slancio affatto individualista: una sorta di accorato cantico universale di dolore e rinascita. «Alla fine, le canzoni smettono di essere tanto legate a un incidente specifico – ha dichiarato – Esistono da sole»· Ed esistono per tutti, aggiungiamo noi.
Stelmanis ha cominciato a comporlo alla fine del 2017, elaborando la fine di una relazione tossica: persa come in un labirinto, ha deciso di attraversare i tortuosi incroci di un percorso sofferente e necessario, passando per la confusione, la vergogna, l’incertezza e la paura dell’ignoto. Vi si descrive qualcosa che si spezza, e la fatica di una ricomposizione doverosa. Vi si racconta la debolezza estrema, e l’improvvisa forza con cui ci si risveglia.
Al suo interno sono riconoscibili le consuete influenze del registro art-synth, con oscillazioni continue tra luci accecanti e inevitabili ombre. Grandi spazi, più interiori che fisici, che elevano l’ascolto ben oltre confini terrestri, come in How Did You Know?, senza dubbio una delle tracce più significative e struggenti, dove la vocalità celestiale della Stelmanis sprofonda in un flusso emotivo densissimo, quasi a voler emulare una Kate Bush post-analogica, o come in Your Family, dove risuona abbastanza chiaramente la lezione di Björk. Il climax di questo HiRUDiN è veramente impeccabile: non mancano esperimenti ludici non privi di hype (Mountain Baby – Cecile Believe) alternati a ripiegamenti interiori insolitamente scarni (Messiah), ma il tutto appare straordinariamente coeso, animato da un intento palpabile di narrazione autentica.
Viene in mente l’aforisma dannunziano della vita come opera d’arte, che, lungi dal dover necessariamente significare sciovinistica esibizione delle proprie abilità d’intelletto e della conseguente superiorità morale che ne dovrebbe derivare, può declinarsi nell’attitudine a trasformare la vita stessa (e dunque le sue ferite, i suoi “incidenti”) in racconti mozzafiato, come mozzafiato è questo HiRUDiN.
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