Recensioni

Gli Astral Brew sono sicuramente una band che mantiene fede al nome scelto. Il terzetto composto da vecchie conoscenze – Riccardo Mazza (sax alto, tastiere, già Orfanado e Ninos Du Brasil oltre che noiser in solo con la sigla RM), Michele Dall’Arche (basso elettrico, già con A Flower Kollapsed) e Daniele De Vecchi (batteria, perno ritmico dei furono Superlucertulas) – lascia da parte, per lo meno nelle sonorità e non nella attitudine iconoclasta, il passato più o meno rumoroso e si immerge in un suono insieme fluido e cosmico, materico e dilatato, un vero e proprio brodo cosmico dove sguazzare quasi in assenza di gravità.
Nello specifico, Red Soil si configura come una sorta di concept album sul «viaggio spaziale quale metafora di evasione dalla miseria del vivere contemporaneo», in cui i tre alternano vuoti siderali a una tensione di matrice free-jazz-kraut memore di slanci prog e elettricità latente, capace di tirare in mezzo quello che una volta si chiamava “hardcore evoluto” (chi si ricorda gli Iceburn Collective?) così come il post-rock più avventuroso e tortoisiano, ovvero visionario e “cinematic”. Tra arabeschi e volute psichedeliche (Remote Horizons), vuoti e pieni che si scontrano con un groove spaziale e certe svisate che sanno di passato math, a venire in mente, più per assonanza ideale che per meri riscontri pratici, è la scuola scandinava più coraggiosa, quella di stanza in casa Rune Grammofon per intendersi; quella caratterizzata da un atteggiamento di apertura mentale in grado di plasmare a piacimento una materia ormai storicizzata ma instillandovi sempre vari input “altri” e finendo col far risultare Red Soil un viaggione cosmico che piacerà anche a chi vuole sentire gli amplificatori al massimo, come accade nella tirata senza freni di Explicit Gesture o nell’attacco di Next.
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