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Gli Ash sono tornati con il nuovo album Kablammo!, realizzato tramite la piattaforma PledgeMusic. L’ultimo lavoro discografico vero e proprio della band, Twilight Of Innocents, risale al 2007, seguìto dall’esperimento dell’A-Z series (un tentativo di bypassare i canonici formati discografici pubblicando un nuovo singolo ogni due settimane), un mini-album di cover e quello solista del frontman Tim Wheeler.

L’album è stato annunciato nel mese di febbraio, preceduto dal singolo Cocoon, una cavalcata energica impregnata di pop-punk che fin dall’inizio indica un ritorno ai vecchi tempi (quelli di Free All Angels, tanto per intenderci), libero dagli arrangiamenti orchestrali di Twilight Of Innocents e svincolato dall’elettronica (che i Nostri avevano tentato di introdurre negli ultimi lavori), per un disco compatto e piacevole. La forza degli Ash sta proprio nella capacità di sciornare pop punk fresco e senza pretese; ad ascoltare Kablammo!, sembra che i musicisti abbiano non solo ritrovato il loro sound naturale, ma anche la voglia e la gioia di suonare insieme, tanto da sembrare una band piena di entusiasmo alle prese con il disco d’esordio. Non a caso il titolo del lavoro riassume tutto l’entusiasmo che gli Ash hanno provato “a ritrovarsi nella stessa stanza a comporre nuova musica. Lo si può sentire in ogni singola canzone”.

Passando dal pop-punk tout court di Let’s Ride alle reminiscenze nineties di Shutdown, si ascoltano dodici tracce che suonano concrete senza stancare, pur non emozionando più di tanto. Il set strumentale è circoscritto a un buon muro di chitarre, qualche scarica di adrenalina di tanto in tanto e un pizzico di melodia, come nella ballad For Eternity o nella closing track Bring Back The Summer. A discostarsi un po’ dal sound del disco pensano Evel Knievel, traccia strumentale in odor di Muse che presenta qualche pericoloso scivolone in direzione Knights Of Cydonia, e Dispatch, dalle sonorità indie-rock à la Kings Of Leon.

Insomma, un buon ritorno, ma dopo vent’anni di carriera e otto dall’ultimo lavoro ci si poteva aspettare qualcosa in più. Un ritorno alle origini che funziona, ma lascia il segno fino a un certo punto.

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