Recensioni

7.2

Il 2021 è stato un anno difficile per tutti. Ancora di più per Ariel Pink (Rosenberg al secolo), che tra tweet pro-Trump e apparizioni poco gradite in quel di Capitol Hill col compare di follie sonore John Maus, lacrimose ospitate televisive e svariate accuse di molestie sessuali, è stato poi maciullato dalle lame rotanti del mondo social, dalla stampa, dai suoi stessi fan delusi e amareggiati per la sua condotta.

La questione non è del tutto risolta (almeno in attesa di un verdetto ufficiale del tribunale di Los Angeles), ma se volete approfondirla potete farlo grazie a questo articolo. Quel poco che sappiamo di Pink è che si è sposato di nuovo, e che da circa un anno fa circolare una serie di materiale d’archivio (Oddities and Sodomies, divisa in 3 generosi volumi, più Sit ‘n Spin, una raccolta che racchiude versioni demo e crude di alcuni suoi celebri brani). Un archivio piuttosto profondo e polveroso, fatto di cassette e registrazioni su 4 piste risalenti già alla metà degli anni ’90, grossomodo l’inizio della “carriera” del fu Rosenberg artista e outcast definitivo.

Come al gioco dell’oca, ora Pink ritorna alla casella di partenza e lo fa con uno strano album che in realtà circola da più di un anno (appunto), che parrebbe essere un bootleg, che gira e gira tramite thread di reddit, cartelle dropbox con tracklist improvvisate e nomenclature diverse e che quindi il Nostro non riconosce affatto, togliendolo di fatto dalla disponibilità degli ascoltatori in possesso di Spotify/Tidal/Apple Music etc. salvo poi ripubblicarlo proprio in questi giorni sulle suddette piattaforme. Il “disco” si intitola Archevil (cosa che ricondurrebbe alla figura specchiata di Pink, l’artista maledetto che la stampa e un importante bacino di ex-fans bolla come tale, ovvero un villain maniaco sessuale e traditore), ha una copertina che in realtà è una specie di recupero da un set di grafiche/foto di Robert Beatty utilizzate dallo stesso Pink per il suo vero ultimo LP in studio (l’ottimo Dedicated to Bobby Jameson del 2017, edito da Mexican Summer, etichetta che lo scaricò appunto un anno fa di questi tempi).

Lungi dal sottoscritto abboccare a facili sensazionalismi (chi ha letto qualche recensione può intuire il mio amore assoluto per la discografia pinkiana), ma questo frankenstein album slabbrato, rabberciato e infine ricucito offre uno spettro di variazioni sul tema-Pink davvero encomiabile: che l’abbia compilato qualche fortunato fan e/o cacciatore di tapes rare oppure il diretto interessato (propendo per la seconda ipotesi), poco importa. Qui troviamo il Pink aggiustatutto e fai-da-te dei primissimi periodi in skit folli e totalmente fuori asse, così pazzi da non riuscire a farcela neanche nella tracklist dei suoi album più “difficili” e freeform (House Arrest, ad esempio): tracce come Born into a Hospital o Lemon Meringue Pie (con l’artista synth-vapor Geneva Jacuzzi, della scuderia 100% Electronica del factotum George Clanton – un ideale erede pinkiano) sono abitualmente bollate come divertissement senza capo né coda, quando in realtà nel caso di Pink quelli che dovrebbero essere cazzeggi a tempo perso sono spesso e volentieri delle piccole gemme di freak rock.

C’è anche il Pink che si rifà a una forma molto giocosa e come al solito “demente” di synth pop (Neverendinglovesong, Forgotten Legacy of the Past, con quella distesa di synth spaziali alla Space, il gruppo francese che ispirò l’estetica e il sound tutto dei Daft Punk), le varie citazioni alla disco e a piste da ballo haunted (Everybody, con la compartecipazione vocale di Julia Holter), il Pink ambientale e looposo alla Grouper (Function), infine il lato che maggiormente omaggia il pop psichedelico di fine Sessanta (la splendida I Can’t Remember My Name, a cui partecipa anche Part Time).

Pur ufficiale o clandestina che sia, questa pubblicazione samizdat direttamente dal catalogo Pink ci restituisce l’immagine di un artista geniale e capace di molte cose, forse insegnandoci che è possibile guardare attraverso la coltre di polemiche e rivelazioni scioccanti, e apprezzare la creatività per quello che è, senza preconcetti o pensieri avvelenati.

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