Recensioni

7.3

Quando la premiata ditta chiuse i battenti, a metà dei piuttosto indecifrabili anni Zero, fu una specie di shock. In effetti, gli Arab Strap non sembravano per niente in crisi. Come spiegarselo? Personalmente pensai che, dopo aver mantenuto una media di un album ogni due anni nei quali non avvertivi un significativo calo della qualità (ma un pizzico di monotonia sì), Aidan Moffat e Malcolm Middleton avessero avvertito il rischio di finire in un vicolo cieco, e in ragione di ciò deciso che era meglio chiuderla lì, prima di collassare. Ho sempre provato grande rispetto di fronte a decisioni del genere, tanto quanto mi deprimono le successive e quasi immancabili reunion. 

Ebbene, detto dei lavori collaterali di Moffat (sotto l’egida Lucky Pierre più un paio di collaborazioni con i Best-Ofs e con Bill Wells) e di quelli di Middleton (sia a proprio nome che come Human Don’t Be Angry), anche per gli Arab Strap è sopraggiunto il richiamo degli antichi fasti. Eccoli quindi, anno 2016, riaccendere l’insegna per una serie di concerti, ovviamente ben accolti dalla platea di fan che – a ragione – non avevano mai smesso di rimpiangerli. Tuttavia per arrivare a un nuovo album di inediti ci sono voluti quasi cinque anni: non un dettaglio da poco. Anzi: un segnale importante. Fa ritenere che i due scozzesi abbiano voluto attendere di essere in possesso di materiale davvero meritevole prima di pubblicare. Come ipotesi è abbastanza credibile, a giudicare dall’ascolto del qui presente As Days Get Dark.

Richiamato il noto produttore Paul Savage (già assieme a loro in tre album, tra cui il capolavoro Philophobia, oltre ad aver prestato servizio per Mogwai, Franz Ferdinand, Delgados, Emma Pollock eccetera), i due hanno in effetti sfornato un lavoro di tutto rispetto. In particolare, hanno saputo evitare l’effetto da bolla spazio-temporale, la pressurizzazione nostalgica di chi vorrebbe riprendere il discorso come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, col chiaro scopo di lucidare il monumento a se stessi a beneficio di vecchi e (perché no?) nuovi seguaci. Nulla di tutto ciò.  C’è di buono in questo disco che non prescinde da quello che è accaduto durante l’ibernazione degli Arab Strap. Nel suono, nel timbro e nelle parole si avverte la grana del presente come frutto di una maturazione, di una elaborazione o – se si preferisce – di un logorio consumato negli anni. Certo, quel muoversi sulla linea d’ombra tra recitato e canto di Moffat, la brutalità asciutta e senza riguardi dei temi, quel senso di febbre e tumulto a freddo, sono pura essenza Arab Strap. Però non si avverte la gravità tipica dei 90s che persisteva anche negli ultimi lavori del duo, quella tensione materica da blues trasfigurato e reincarnato che sembrava cedere a trame più ariose solo in quel The Last Romance che fino all’altro ieri credevamo il loro canto del cigno. 

No: oggi la musica degli Arab Strap può permettersi di sciorinare con disinvoltura un catalogo di suggestioni sfaccettato, batterico, di somigliare quindi a una versione più rappresa e tignosa dei Notwist (Compersion, Pt. 1, Here comes Comus!), di spalmare sviolinate art pop su tappeti wave (Kebabylon, Fable Of The Urban Fox), di avvitarsi languida su ritornelli agrodolci (Bluebird), di strappare riflessi blues jazz a miraggi folk (Sleeper) e soffriggere a fuoco lento turbamenti androidi (Tears On Tour): tutto ciò senza smettere di sembrare in tutto e per tutto Arab Strap.

Il tempo – o se preferite il disincanto terminale della mezza età – sembra averli consegnati a una leggerezza disarmante, che però proprio perché ha la forza (la capacità, l’impudenza) di volersi leggera, suon ancora più insidiosa, un po’ come quando da certe commedie ti arriva il pugno nello stomaco che ti fa vomitare sangue. Dal momento che i testi di Moffat non cedono di un millimetro – attrazioni e repulsioni, esercizi di crudeltà che diventano prassi, noia che diventa afasia, il lampo di consapevolezza che ti porta a pochi millimetri dal te stesso che non avresti mai voluto diventare, affreschi di spietata umanità urbana… – ci si avvicina così alla dimensione waitisiana delle belle canzoni che raccontano cose terribili, anche se viene più da pensare a un Leonard Cohen che ha barattato lo sguardo vasto e inesorabile del poeta con un disincanto crudo e senza ritorno: se infatti il ritornello della fosca Just Enough ha il passo risoluto di una First We Take Manhattan, come non pensare al celebre «I need you, I don’t need you» di Chelsea Hotel #2, quando nel ritornello di Bluebird senti Aidan mormorare «I don’t want your love, I need your love / give me your love, don’t love me»?

In conclusione, gli Arab Strap sono tornati con l’aria di chi non è mai andato via davvero ma, al contrario, ha preso appunti, ha metabolizzato, non ha fatto cadere la connessione e ha aggiornato regolarmente il sistema, gli scenari, la frequenze delle stazioni. Sono tornati, sì, e sembrano gli unici in grado di raccontarci i mostri e i fantasmi che rimangono intrappolati nelle loro canzoni, storie vivide e spettrali che sanno farci male nel modo migliore possibile.   

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