Recensioni
Any Other
stillness, stop: you have a right to remember
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Gioele Barsotti
- 26 Gennaio 2024

Ci sono musicisti che calcolano con precisione ogni piccola mossa della propria carriera discografica, cesellando le uscite anche a distanza di tantissimo tempo tra loro. In molti di questi casi, si può star certi che ogni tassello che verrà aggiunto saprà innovare, migliorare quanto di buono già fatto e, in definitiva, lasciare il segno. In attesa che tutto questo ricominci da capo.
La carriera di Any Other, pseudonimo di Adele Altro, si inserisce senza troppe forzature all’interno di questo paradigma. Solamente tre dischi nel giro di otto anni, tutti rigorosamente cantati in inglese, inaugurando il progetto nel 2015 con Silenty. Quietly. Going Away., un album fortemente influenzato dall’indie rock internazionale, per approdare tre anni più tardi a Two, Geography, virando verso lidi più marcatamente cantautoriali e vicini alla musica folk.
Non che la musicista sia stata con le mani in mano tra le varie uscite, che si trattasse di esibirsi dal vivo in Italia o all’estero, della partecipazione alla band di Colapesce, oppure la composizione di musiche originali per “Limoni”, il podcast di Internazionale sul G8 di Genova scritto da Annalisa Camilli, poi confluite nell’album Tentativo uscito col suo nome di battesimo, utilizzato anche per l’LP Up for grabs.
La nuova prova sulla lunga distanza stillness, stop: you have a right to remember, uscita per 42 Records a sei anni dalla precedente, porta con sé una certa dose di aspettative, soprattutto alla luce delle moltissime esperienze (internazionali e non) che la giovane musicista ha inanellato in quasi dieci anni di carriera. I trenta minuti del disco si inseriscono coerentemente in continuità con le sonorità di Two, Geography, riconfermando l’innato talento cantautoriale della musicista, oltre che il sodalizio artistico col co-produttore Marco Giudici.
Gli otto brani sono arrangiati elegantemente, con l’emozionante voce di Adele sempre al centro, supportata da efficacissime aperture strumentali (dominano chitarra acustica e piano) e fioriture orchestrali. L’incedere è allo stesso tempo sognante e meditativo: la matura scrittura della musicista ha i tratti intimisti di una seduta di psicoterapia, incline alla riflessione e all’autoanalisi. Nella title track afferma, ad esempio, “I wish i didn’t feel too much, i know this is a blessing and yet a curse”, mentre nella splendida Awful Thread si chiede, scavando nel profondo, “Am I enough, or only good for nothing?”.
Se la formula proposta è solo apparentemente semplice, dopo molteplici ascolti il disco rivela sempre nuove e ricercate stratificazioni sonore, dimostrando in maniera limpida la sua pregiata caratura. Gli otto episodi, nonostante siano estremamente coerenti tra loro, esplorano sempre in maniera mai scontata e banale differenti sfumature sonore, che si tratti di arrangiamenti orchestrali (Zoe’s Seed), virate elettriche e urlate (If I Don’t Care), oppure l’uso di arpeggiatori e organi (Second Thought e Need of Affirmation). Non manca neppure un breve frammento strumentale (Indistinct Chatter) che, posto in chiusura, spiazza e spezza, con la sua estemporaneità, il ritmo stabilito sinora.
Nonostante la relativa brevità del lavoro, le otto preziose composizioni emozionano e invitano a perdersi nei flussi di coscienza di Adele, nelle sue efficaci melodie e nelle trame strumentali, ancora ed ancora. Any Other è riuscita senza ogni ombra di dubbio ad aggiungere un altro prezioso tassello ad una discografia che testimonia nuovamente la minuziosità e la grande cura da lei riposte nella realizzazione di un album. Non è cosa da poco.
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