Recensioni

Non è mai facile esibirsi nella città in cui si vive. Quel luogo che hai elevato a “casa” nella tua mente potrebbe risponderti in maniera diametralmente opposta, o respingendoti con la sua aura stizzita o riempiendoti di affetto e incoraggiamento, sostenendoti e restituendo a propria volta il favore. Quest’ultimo caso è quello avvenuto al Serraglio nella data milanese del tour degli Any Other, i quali, concluso l’impegno in giro per l’Europa, stanno ora portando nei club italiani Two, Geography, un album che abbiamo avuto modo di analizzare a fondo all’epoca della sua uscita, lo scorso settembre. La mente e artefice di tutto è sempre lei, Adele Nigro, che non tradisce mai – nemmeno per un momento – l’umiltà che la contraddistingue, sia come persona che come musicista, facendo la sua entrata sul palcoscenico in punta di piedi e rimarcando al contempo una sicurezza di intenti invidiabile.
Da A Grade fino a A Place la scaletta riproduce esattamente l’intera tracklist del secondo disco (più tre brani dell’esordio), quello di una sorprendente maturità artistica, confermata anche dall’esibizione live, con il grado di sinergia che sul palco raggiunge livelli assolutamente collaudati, risultato del lavoro di un ristretto gruppo di amici che da mesi, e in alcuni casi da anni (la storica collaborazione con il sodale Marco Giudici, in arte Halfalib), si spalleggia e si sostiene con tutta la propria forza interiore. A parlare, poi, è la musica degli Any Other: un seme solitario gettato e sepolto nel panorama musicale italiano, che si spera possa dare il via a una serie di epigoni o almeno infondere un briciolo della passione per l’andare oltre i confini, al di là dei soliti schemi pre-confezionati e studiati a tavolino della nostra più estesa produzione. È un riaffiorare di ricordi, un campo vastissimo di esperienze sentimentali e non, che si sposa perfettamente con uno stile che attinge a piene mani dall’underground americano anni Novanta mescolandolo alla passione per il jazz, per il folk (Laura Marling, Tim Buckley), e perfezionato in ogni minimo dettaglio.
Baluardo di una certa concezione di songwriting strutturato ma godibile, o della strada che sarebbe possibile intraprendere contro un mondo dominato dalla scena hip-hop e – nel caso italiano – da trap e it-pop, gli Any Other sono quasi commoventi, come commovente può anche essere descritta la loro performance al Serraglio, forse perché in primis tra il pubblico, ma anche da chi sta sul palco, traspare la consapevolezza che un certo tipo di musica si è definitivamente perso nel tempo, e nei pochi casi in cui riemerge è sempre inaspettato e, di colpo, catartico. La speranza è che gli Any Other possano elevare questo piacevolissimo sogno a tangibile realtà. Per il momento, sognare è lecito.
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