Recensioni

7.2

Da oltre trent’anni a questa parte il pubblico e la critica italiani sentono il bisogno di rinchiudere l’oggetto della propria indagine entro categorie definite, in maniera (auto)rassicurante, come se qualche oggetto fuori dagli schemi potesse in qualche modo compromettere la stabilità mentale/emotiva del ricevente. È così da quando i generi cinematografici si sono via via assottigliati fino a rispondere solamente al nome di commedia (nemmeno più all’italiana), o da quando se non suoni smaccatamente pop allora non potrai che essere rock, indie o, peggio ancora, sperimentale. Quest’ultima categoria, esistente ma inconsistente, è ovviamente la più abusata da chi, come sempre più spesso accade, non ha ben chiaro di cosa stia parlando o cosa stia ascoltando (dimentico che dalla metà degli Ottanta siamo nell’era del postmodernismo – e post-postmodernismo e così via…). Non che ci sia qualcosa di male nella scena indipendente nostrana (come per tutto, ci sono esempi egregi e altri pessimi), sebbene torni utile distinguere tra ispirazione e voglia di cavalcare l’onda. Fortunatamente, e ne siamo più che consapevoli (e felici), sempre più artisti (veterani o esordienti), perfino consci degli ostacoli a cui andranno incontro, stanno iniziando a infischiarsene del mercato, dei like, delle condivisioni (senza disprezzarle, non c’è snobismo, ma tanta umiltà e amore per la creazione – se di Arte o meno è un altro paio di maniche). È il caso, per citare solo quelli del 2017, di band come Solki, Ant Lion (espressione di una scena toscana rigogliosissima) o, per andare a ritroso, del Plancton di Alessandro Fiori (distante anni luce dal precedente Questo dolce museo, traghettato da Cascata) o degli Any Other.

Ed è qui che entra in gioco Marco Giudici, bassista della formazione capitanata da Adele Nigro (che qui ritorna a dar man forte al bandmate suonando il sax), che esordisce con lo pseudonimo di Halfalib. Lontano dall’essere il frutto di una sperimentazione, il suo Malamocco è in realtà una progressiva ricerca che spazia tra generi e geometrie sensitive, strizzando l’occhio al passato di stampo prevalentemente anglosassone. In questa spedizione rigorosamente solitaria, Giudici sfrutta l’inconscio, il suo, rompe le catene che lo tenevano ancorato a progetti satellite per trovare una chiave di volta necessaria al proseguimento della carriera – quell’identità che fin da Love Letter to Science sembra raggiunta – salvo poi frammentarsi, ricomporsi e frammentarsi nuovamente nei pezzi successivi. La discesa nei ricordi è inevitabile: da quell’infanzia perduta e ricostruita tassello dopo tassello attraverso i luoghi (spaziali o metafisici), le pieghe di un passato idilliaco, che alla luce di un presente tumultuoso e angosciante acquista una dimensione mitica. Così Arythmie Du Soleil si convince, ingannandosi, di essere una canzone pop, e in Liebe Fénix II, Instant ritroviamo la consapevolezza di Sgt. Pepper mista a un ambient claustrofobico che riconduce alla casa-incubo di Eraserhead.

La voce di Giudici fa delle imperfezioni il suo punto di forza, donando all’insieme quella atmosfera sognante che non ci stupiremmo di ritrovare per le strade buie di Twin Peaks, magari mentre ci dirigiamo verso il Bang Bang Bar (Il Troppo Moltiplicarsi Senza Continuarsi Conduce A) per lasciarsi attrarre nella misteriosa Pink Room (Diminuirsi), dove trovare una pace dei sensi ambigua e ambivalente a seconda dell’umore dell’ascoltatore. Il tempo di rimuginarci sopra e siamo già nella testa di Halfalib, strano e strambo doppio geografico dell’autore, introverso ma voglioso di espansione sensoriale, dalla cadenza precisa e insieme schizoide, frutto di un inconscio che ha ormai preso il sopravvento sull’Io cosciente e adesso ne controlla il destino, e di cui la Malamocco in coda è proprio quell’Io, che si vede temporaneamente espropriato dalla sua dimensione e privato del controllo.

Non ci è dato sapere se alla fine dei giochi sarà ancora una volta lo strato subcosciente della personalità di Giudici a dominare la sua carriera o se il Nostro saprà ricondurre il tutto verso una maturità sicuramente necessaria ma che (forse) risentirebbe della privazione di quella componente folle e imprevedibile che domina in Malamocco e lo trasforma in uno dei migliori esordi di questa annata.

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