Recensioni

Michael di Antoine Fuqua rappresenta esattamente una di quelle operazioni complesse, stra attese e stra costose – 150 milioni di dollari – che nascono per uno scopo preciso e dichiarato per poi andare incontro ad una lavorazione travagliatissima e divenire tutt’altro, confermando il risultato tra il mediocre e il sospeso tipico di tutti i progetti che seguono questa parabola.

Il film nasce su precisa volontà della maggior parte della famiglia di Michael Jackson, con l’obiettivo di riabilitarne la figura affrontando le controversie che hanno caratterizzato gli ultimi anni della sua vita, tra cui – inevitabilmente – quelle legate alle accuse di pedofilia. Il progetto viene annunciato nel 2019, ma la spinta risolutiva arriva dal successo del musical MJ the Musical del 2022 – 10 Tony Awards, un Grammy Award, oltre 200 milioni di dollari di incasso – che segnala quanto il pubblico abbia ancora voglia di rivivere la magia della sua musica. Le riprese, iniziate solo nel 2024, si protraggono a lungo a causa di diversi disguidi.

Jaafar Jackson nei panni dello zio.

Il fattore più decisivo per la resa finale di Michael è però la scoperta tardiva, da parte degli avvocati dei Jackson, di una clausola sottoscritta con l’accusatore del cantante, Jordan Chandler, che ne impediva la rappresentazione o anche solo la menzione in qualsiasi film. Un vincolo che stravolge il senso stesso dell’opera, costringendo a una rimodulazione massiccia e all’accantonamento di molto materiale già girato.

La pellicola diventa così un blockbuster ad alto budget smaccatamente melassoso, animato dalla volontà di incensare e accontentare un fandom ancora vastissimo, offrendo un nuovo assaggio della musica del proprio idolo. Si mette da parte il film, in favore di un racconto quasi cronachistico del coming of age del Michael solista, emancipato dalla famiglia e soprattutto dal padre-padrone Joseph Jackson, coprendo un arco che va dai Jackson 5 fino ai palchi del Bad World Tour.

Jaafar Jackson è probabilmente la cosa migliore dell’operazione: credibilissimo nei panni dello zio, tanto nei momenti privati quanto sul palco, capace di replicarne con impressionante precisione voce, movenze e attitudine. Un’eccezione in un cast che oscilla tra l’assenza e il caricaturale, a partire da Colman Domingo, anche perché confinato in un ruolo di villain reale, ma scritto spesso ai limiti della verosimiglianza.

Jackson zombie per Thriller.

Per il resto, la pellicola si riduce a una playlist musicale composta da pezzi leggendari – da ABC a Thriller, Beat It, Billie Jean, Wanna Be Startin’ Somethin’, Human Nature e Bad – adagiate su una sequela di momenti di pubblico dominio, privi di contesto, figurarsi d’approfondimento. Non solo manca qualsiasi tentativo di scandagliare le debolezze e le contraddizioni di Jackson all’interno di un ritratto umano autentico, ma risultano assenti persino passaggi e figure chiave per la sua formazione, come Diana Ross o Quincy Jones.

Quello a cui assistiamo è un riassunto costosissimo della sua ascesa musicale, infarcito da qualche elemento inserito tout court per delinearne personalità e ispirazioni, ma privo di un reale racconto delle difficoltà – personali o creative. Al di là di qualche didascalico accenno alla sua difficoltà nell’accettare il proprio aspetto fisico, agli abusi del padre o alla vitiligine, non emerge nulla. Anzi, il film sembra costruito scientificamente per portare lo spettatore altrove. E non è una destinazione memorabile.

La componente spettacolare del film di Fuqua – quella legata alle performance – risulta priva di mordente e di trasporto: asettica, isolata, priva della costruzione di un ecosistema emotivo, ridotta alla stregua di clip che si potrebbero vedere online in qualsiasi momento. Un limite difficilmente perdonabile per una pellicola del genere.

Sul palco per Bad.

A Michael si può anche concedere la confezione da prodotto puramente celebrativo, lontano dallo spirito riabilitante con cui era nato – o svuotato della volontà di affrontare davvero anche solo uno dei molti spunti disseminati lungo il racconto. Ma non si può ignorare la totale incapacità di restituire la potenza di un artista che ha segnato il mondo intero. Ne deriva un paradosso: un film che finisce per funzionare solo come promemoria della grandezza dell’immagine di un artista che con quell’immagine ha sempre avuto un rapporto profondamente malsano, restituendone però una versione inevitabilmente sbiadita.

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