Recensioni

7.1

Il frame discorsivo di gran parte delle recensioni su LUX, quarto album della catalana Rosalía, è quello secondo cui il disco, grazie a una commistione fra pop, musica classica ed elettronica, sarebbe uno di quei lavori che spinge più in là i confini del pop stesso. LUX viene definito demanding, challenging, ancora demanding. Uno dei tropi più ricorrenti è la presunta resistenza del disco all’incasellamento algoritmico: LUX come ritorno a un’espressione creativa libera, massimalista, non regolata da logiche di mercato. Non ci sono banger; i brani contengono varietà stilistica, dialettica fra passato e futuro, mescolanza linguistica: elementi oggi difficilmente rintracciabili nel pop mainstream.

Già all’uscita di Berghain si era parlato di piccolo terremoto. Ma ciò che si ascoltava e si vedeva nel brano e nel video avrebbe potuto restare un’eccezione: la It’s Oh So Quiet del caso, come accadeva in Post di Björk, parentesi di musical in un album che espandeva il linguaggio dell’autrice. Quegli archi intensi, la sinfonia, il coro, l’opera come sfizio o capriccio da togliersi e farlo in grande, con immagini da cortometraggio. Una parodia di Chef’s Table la cui sigla reinterpretava Vivaldi in chiave Max Richter? Qualcosa di simile, all’interno però di un lavoro che non recideva davvero i legami con Motomami. Anche il titolo clickbait sembrava perfetto per una mossa situazionista: mascherare da club music un’operetta con Björk e Yves Tumor nei ruoli di angelo e demone.

L’ambizione, concettuale più che compositiva, ravvisabile in Berghain attraversa tutta la tracklist di LUX: 15 tracce per 49 minuti e mezzo, 13 lingue, una decina di figure tutelari tra sante, mistiche, guerriere e filosofe evocate direttamente o indirettamente. È uno sforzo imponente nella costruzione dell’immaginario, per un disco che guarda più a El Mal Querer — nato dalla tesi sul flamenco all’Escola Superior de Música de Catalonya — che a Motomami. L’ispirazione rimanda anche al lato più sobrio della serie Recomposed della Deutsche Grammophon. Tutto LUX è pervaso da un’allure antica, tradizionalista più che boundary-pushing. Si veda la sublime aria Mio Cristo Piange Diamanti (ispirata, suis verbis, al rapporto fra Santa Chiara e San Francesco), le movenze flamenche della minacciosa Mundo Nuevo (reinterpretazione di un pezzo di La Niña de los Peines), o ancora le contaminazioni con la rumba in La Rumba del Perdón e con il fado in Memória (con Carminho).

Alcuni accostamenti meno convenzionali risultano tra i momenti più riusciti: i synth à la Yeezus (a cui LUX è stato paragonato da Cole Cuchna di Dissect) che si mescolano ad archi e pianoforte in Porcelana (prodotta da Noah Goldstein, già nel team di Ye); l’arrangiamento quasi vaudeville dell’autobiografica La Perla; i crescendo orchestrali di Sexo Violencia y Llantas, un gospel gitano che richiama, nel ruolo di opener e manifesto disarticolato, Selah da Jesus Is King. Il resto del disco si muove in un baroque pop piuttosto classico per arrangiamenti e melodie vocali, se non fosse per l’elemento plurilingue, che diventa il principale fattore esotizzante e uno degli argomenti centrali nella ricezione critica dell’album.

LUX è un lavoro meticoloso, ambizioso, attraversato da curiosità intellettuale e tensione metafisica. Eppure qualcosa sfugge. Non è il vecchio discorso sull’appropriazione culturale — accusa rivoltale sin dai tempi di Los Ángeles (ma soprattutto con El Mal Querer), tanto da certa critica postcoloniale quanto dai social — né quello, più estetico, che la vuole colpevole di un approccio accademico a forme popolari. Piuttosto, LUX sembra rispondere a una logica dell’accumulo cognitivo: frammenti esperienziali, mistici e religiosi vengono moltiplicati fino a generare un sistema simbolico estetizzabile e vendibile.

Mistica giapponese Ryōnen Gensō e sufi Rabia al-Adawiyya, latinitas cristiana e fascinazioni da sud globale, vita lenta e christiancore (nuncore): ennesima aesthetic dove l’abito da suora convive con i selfie ai Musei Vaticani o davanti alla Santa Rosalia incoronata dagli angeli di Van Dyck (al MoMA). È una forma di universalismo della trascendenza che, letta alla luce di Sarah Thornton, rivela l’ennesima sponda di un capitale estetico-culturale capace di fagocitare simboli ed esperienze, rimasticandoli in mappe concettuali estetizzanti per sopravvivere. Non conta più il contenuto, ma la sua potenza evocativa: la capacità di generare attenzione, desiderio, consumo. LUX è innegabilmente un’opera seduttiva, concepita per un pubblico già istruito e affamato di forme artistiche di questo tipo — e spiegate, con dovizia, proprio così.

Da un punto di vista musicale, se tutto questo giustifica i paragoni con Homogenic di Björk più che con Hounds Of Love di Kate Bush — e autorizza il prefisso avant- più che art- — è comunque al “pop” che si riconduce e si manifesta. Ed è qui che si rivela la crepa, il punto d’instabilità che la separa dalla pietra d’angolo, dal lavoro davvero paradigmatico: LUX esce dal mosaico complesso che compone e, nel farlo, ne mostra il limite.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette