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7.3

Gli Animation di Bob Belden hanno scolpito, nel tempo, un avant-jazz ben riconoscibile, capace di un futurismo rispettoso della tradizione ma anche coraggioso nel costruire scenari inediti ed avvincenti. Che si trattasse di riletture di pietre miliari capaci di intimorire solo a nominarle (la trasfigurazione riuscita di Bitches Brew di Miles Davis in Asiento) o di reinventare il rapporto tra uomo e metropoli (il Transparent Heart pubblicato nel 2012), il succo del discorso è sempre stato lo stesso: un beat con lo sguardo rivolto al ventunesimo secolo, atmosfere evocative ai confini con l’ambient e fiati rubati al Davis più liquido. Parametri resi unici e intercambiabili da musicisti dalla sensibilità spiccata, oltre che dalla dinamicità di una band dalla line-up in costante ridefinizione.

Bob Belden è venuto a mancare lo scorso 20 maggio. Se lo è portato via un attacco di cuore, a soli 58 anni. Una perdita per tutti, in primis per chi aveva trovato nel sound del sassofonista/flautista/compositore americano una via di fuga percorribile per allontanarsi da un “jazzismo” accademico, ripiegato su se stesso e spesso con poco o nulla da dire.

Il qui presente Machine Language ribadisce con grande efficacia la genialità visionaria di Belden e compagnia – sono della partita Pete Clagett (tromba), Roberto Verastegui (tastiere), Bill Laswell (basso elettrico), Matt Young (batteria) – con un concept dedicato questa volta al rapporto tra uomo e macchina, mente umana e mente artificiale. C’è la voce narrante di Kurt Elling a fare da Virgilio in un viaggio che ha il gusto inquietante di un romanzo di Philip Dick e un timbro ambientale avvinghiato a un’attitudine funk sfilacciata (Consistent Imperfection). Narrativa, quest’ultima, almeno quanto le parole pronunciate da Elling (ma scritte dallo stesso Belden), in un accavallarsi di attese orchestrate dal basso di Laswell e dalle tastiere di Verastegui (The Evolution Of Machine Culture), drum & bass da calcolatore elettronico (Dark Matter), trombe profonde (A Child’s Dream) e paesaggi sonici tremolanti in bilico tra avant e colonna sonora (Eternality).

Più che un disco, un romanzo in note. Se di testamento deve trattarsi, non c’è miglior modo di chiudere, caro Bob.

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