Recensioni

7.2

Ci vuole un bel po' di follia per cimentarsi nella rilettura di un caposaldo mostruoso della fusion – e oltre – come Bitches Brew. Ma, come diceva quel tale, c'è sempre un po' di ragione nella follia. Il sassofonista Bob Belden, che degli Animation è il principale artefice, oltre ad essere un produttore particolarmente votato ad azzardi e sperimentazioni ha il merito di aver curato la riedizione di titoli davisiani come la deluxe di ‘Round Midnight o il mastodontico cofanetto – appunto – The Complete Bitches Brew Sessions. Non gli manca insomma la cognizione di causa. Così come il trombettista Tim Hagans può vantare timbrica visionaria e duttilità sufficienti a non sfigurare nei confronti del totemico Miles.

Ma a dire il vero è tutto il sestetto che affronta la situazione nel modo giusto, metabolizzato il timore referenziale e rivista la devozione alla luce di un lirismo asciutto e febbrile che non teme contagi contemporanei. Nella fattispecie, alla bolgia ritmica tribal-funk dell'originale si sostituisce un estro nervoso drum'n'bass, condotto con accortezza dall'ottimo drummer Guy Licata, mentre le trame di basso (è Matt Garrison, uno che ha lavorato con Metheny, McLaughlin e Steve Coleman tra gli altri) procedono con la pastosità meccanica di certe allucinazioni trip-hop. Il fattaccio è accaduto ormai un lustro fa, nel dicembre 2006, in occasione di un concerto-evento organizzato dalla BBC al Merkin Hall di New York. La registrazione – col titolo Asiento – è stata pubblicata all'inizio di quest'anno ottenendo ottimi riscontri, tanto da suggerire la qui presente riedizione, in sostanza il remix con la tecnologia 3D60, a cui viene aggiunto un secondo cd con ulteriori remissaggi delle sei tracce ad opera rispettivamente di Bill Laswell, il newyorkese DJ Logic (che è pure componente degli Animation), Youth Middle Class Riot, l'italiano Gaudi, il finlandese Fanu e Joe Claussell.

A sottolineare il senso di reinvenzione che muove il progetto, è stato imposto un nuovo titolo, Agemo, che poi sarebbe il nome della divinità ancestrale del cambiamento nel pantheon Yoruba. Insomma, che dire: l'ascolto in cuffia – caldamente suggerito nelle liner notes – è in effetti coinvolgente, le evoluzioni dei fiati e della tastiera si sposano all'effettistica del turntable in una santeria sonica capace di lirismo suggestivo e vampe febbrili, cogliendo il climax tra la palpitante Miles Runs The Voodoo Down e una tumultuosa Spanish Key. Da sottolineare il senso di pienezza del sound, soprattutto considerato che le esecuzioni dell'originale prevedevano almeno una dozzina di musicisti. Quanto al secondo volume lo definirei una curiosa propaggine, qualche allestimento interessante (una tenebrosa John McLaughlin) e troppe rimasticature post-techno in scia bristoliana che danno il peggio di sé nel puntuale fricchettonaggio dub. Comuqnue l'operazione è nel complesso godibile e a tratti avvincente.

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