Recensioni

Non troppi anni fa, gli Animal Collective erano fra le espressioni più alte dell’hipsterismo intellettuale. I loro brani indie-pop colti, ricercati, sbriciolati e colmi di riferimenti psichedelici, venivano riprodotti tanto nelle camerette di avidi intenditori, quanto nei grandi magazzini di Urban Outfitters o H&M. Il tempo, però, si è fatto sentire per la band di Baltimora, i cui componenti nel frattempo si sono sparsi per il mondo (Noah “Panda Bear” Lennox è finito addirittura a Lisbona), ognuno a plasmare una preziosa carriera solista. Avey Tare ha continuato sia come braccio destro di Lennox che in solitaria con la pubblicazione di ben tre album. Deakin ne ha cacciato fuori uno nel 2016, poco dopo l’ultima fatica in studio della band. Una circostanza non inaspettata, visto che l’essenza stessa del gruppo è proprio la dimensione del collettivo musicale, e quindi l’unione, per quanto temporanea, di singole visioni che si raccordano all’occasione per uno scopo comune.
Ad ogni modo, il nuovo Time Skiffs suona esattamente come una felice rimpatriata fra vecchi amici che, pur avendo preso direzioni diverse, sanno ancora cosa vogliono e come ottenerlo dal progetto comune. Un lavoro che tiene lontani i corpulenti fantasmi dei precedenti Centipede Hz e Painting With con una buona dose di spensieratezza, concentrandosi al contrario su di un easy pop più rilassato e meditativo. Un risultato comunque non immediato, ma calibrato su un patchwork di suoni dinamici che spaziano dallo psych pop al folk, dall’elettronica al tribale, fino all’oriente. Le esperienze artistiche dei singoli membri e lo iato di sei anni ha sicuramente giovato alla band, qui alle prese con un disco organico e distante dalle sperimentazioni audiovisive di Tangerine Reef.
È in questa rivitalizzata serenità che dobbiamo cercare la chiave di volta per leggere un lavoro non perfetto, ma che aggiunge ulteriori sfumature e livelli interpretativi al suono della band: l’introspezione diventa più raccolta, le ritmiche si concedono ad un’insostenibile leggerezza onirica. Si parte con la palpitante Dragon Slayer, forte di un armonioso arrangiamento di fiati che porta facilmente al jingle effervescente della successiva Car Keys, qualcosa a metà strada fra i Beach Boys e Yeasayer. Il singolo Prester John strizza l’occhio ai movimenti ecologisti tramite un mix di elettronica avvolgente à la Brian Eno (periodo Another Green World) e l’ambient aliena fatta di tastiere riverberanti come fossero in orbita attorno alla Terra.
Un album in cui convivono sia lo spirito immateriale che il crudo realismo, in un gioco di richiami che non abbandona gli strumenti acustici, ma li affianca alle nuove consapevolezze elettroniche sviluppate dalla band, che ritorna alla semplicità del pop ma senza rinunciare alle sperimentazioni. Così si spiega, da una parte, l’inflessione melodica 60s (vengono in mente i Kinks o gli Animals) di Cherokee, e dall’altra il monologo interiore di Walker – dedicato appunto a Scott Walker – vera e propria terapia liquida contro la depressione. Un disco nondimeno versatile, se pensiamo a brani vivaci come Strung with Everything (tra calypso, easy-listening e coralità pop) o Passer By, un mosaico astratto di referenze 70s che si affaccia in zona Gong e Can.
Lungi dall’essere imprescindibile, Time Skiffs conferma gli Animal Collective come un nome fondamentale per tutti gli amanti della qualità e della ricercatezza musicale. Una band che, a più di 20 anni dagli esordi, continua a evolversi e a crescere di pari passo con le esperienze dei singoli.
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