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C’è stato un momento nella discografia degli Animal Collective in cui gli EP pubblicati a corollario degli album che li avevano preceduti hanno rappresentato materiale intrigante tanto quanto – se non addirittura di più – le uscite lunghe. Fall Be Kind era uno di questi, trenta minuti di godurie wilsionane, il piacere serotoninico di Merriweather Post Pavilion che allungava la sua ombra su nuove e fresche composizioni. Parliamo di sette/otto anni fa, e se volessimo citarne un altro, di quei lavori, potremmo chiamare in causa Prospect Hummer. Dunque i paragoni che possiamo fare con questo nuovo The Painters e il disco che l’ha preceduto, quel criticato (ma non dal sottoscritto) pop per scatole hyper-tech-psych che è stato Painting With, potrebbe, se non risultare impietoso, perlomeno lasciare un po’ l’amaro in bocca o una sensazione all’ascolto che sta all’altro capo dell’urgenza espressiva.

I nasi storti di fronte all’ultima versione del “collettivo animale”, ora trio, fanno tutti la stessa considerazione: Panda Bear le canzoni buone le tiene per sé a Lisbona e quello che fa con gli amici Dave “Avey Tare” Portner e Brian “Geologist” Weitz (al netto di Josh Deakin Dibb) è la classica rimpatriata organizzata per bene mettendo in linea le agende e prenotando i voli intercontinentali. A distanza di un anno, i tre pittori pennellano ancora con brio a partire dalle tablas che danno il ritmo a Kinda Bonkers, pezzo che va nella direzione dialettica di viaggi ed esotiche avventure incorniciate nella loro ipercinetica energia. E’ tutto ancora fresco e pop come i Collective ultima maniera sanno essere: gli inseguimenti tra le parti vocali, il completarsi di parole e frasi a vicenda come solo loro sanno fare e tutto il resto, ma a governare le composizioni, frutto della stessa mandata del disco lungo, spunta un fare un po’ da mestieranti che non si può far finta di non vedere una volta arrivati al secondo o terzo ascolto.

Passando in rapida rassegna il resto della tracklist: Peacemaker è prassi, Goalkeeper quella marcia in più – sempre sul lato dello sviluppo armomico corale – sembra la ingrani ma invece no, e il rilascio pop di Jimmy Mack è un giochino da soundtrack immaginaria con tocchi Jacko. Roba che se i ragazzi la spingessero ancor più in là verso i cartoon e il mainstream, un featuring di Shakira non sarebbe poi tanto assurdo. Dimenticavamo: il pezzo è una cover degli anni ’60 di Martha & the Vandellas e il trio l’ha suonato parecchio durante il tour dello scorso anno. Se il pop è quel campione di frivolezza che ti si appiccica e non ti molla, quello degli AC scende come l’acqua e come l’acqua se ne va. Ti ricordi di averne ascoltato di nuovo da una formazione che può vantare una cifra stilistica unica, ma non ti ricordi di preciso cosa hai ascoltato.

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