Recensioni

7.2

Giornalista politica prima che musicista, ripercorrendo in ordine cronologico il suo CV, Annika Henderson, in arte Anika, raccontava a Bandcamp nel 2016, quasi un decennio fa: «Il giornalismo è ciò in cui mi sono formata, ho sempre voluto fare la giornalista documentarista, perché trovo interessante imparare dagli altri – stare all’interno dei gruppi, ma non osservare in modo giudicante. Una delle mie eroine quando ero più giovane era Kate Adie», corrispondente di guerra della BBC. Ecco, Henderson aveva studiato giornalismo all’università di Cardiff, cimentandosi in una relativa breve carriera e spendendosi anche per iniziative contro la corruzione del sistema legale, per poi incontrare Geoff Barrow dei Portishead, titolare di Invada Records, e avviare la sua discografia in solo con l’omonimo esordio del 2010, raccolta di brani nel segno della passione per sporcizia lo-fi, dub e pop Sixties, oltre che nel segno sempiterno di Nico. Esordio al quale, archiviati i meritevoli dischi con gli Exploded View, aveva fatto seguito il notevole Change del 2021, maggiormente a fuoco in ogni senso, a inaugurare il rapporto parallelo con Sacred Bones, dark approdo ideale, divenuto ora totalizzante.

Abyss è dunque appena il terzo album propriamente detto in tre lustri di attività e si connette allo sguardo fortemente politico di cui sopra, anche perché nasce dalla frustrazione, dalla rabbia e dalla confusione provate nei confronti del mondo contemporaneo. Un mondo ormai, appunto, a precipizio sull’abisso, tra fake news (il singolo di lancio Hearsay) e fascismo (One Way Titcket, dal passo neo-psych). Una simile foga non poteva che essere veicolata tramite sonorità crude e fisiche, ispirate al punk delle origini, all’alt-rock e al grunge degli anni 90, vale a dire a Patti Smith e alle Hole di Courtney Love, per esempio. Allontanandosi, insomma, dalle sperimentazioni post-trip hop del succitato Change. Il tutto è stato non a caso inciso prevalentemente in presa diretta e in analogico, nei famosi Handa Studios di Berlino, città-base per la songwriter e arista inglese cresciuta a Bristol, dove in passato hanno transitato tra gli altri pezzi grossi come David Bowie e Depeche Mode.

Le dieci tracce in scaletta, tutte buone, sono state composte in autonomia, dopodiché completate con una rimarchevole schiera di musicisti che annovera Martin Thulin (già compagno negli stessi Exploded View), Andrea Belfi alla batteria, Tomas Nochteff al basso e Lawrence Goodwin alla chitarra, mentre la produzione è curata da Nanni Johansson e Frida Claeson Johansson. Ne risulta un lavoro nel complesso forse meno stimolante rispetto al suo predecessore ma di certo viscerale e diretto. A proposito di grunge, la title track sembra citare i Nirvana di Come As You Are. Se Walk Away e Into The Fire sono le ballad più dolenti, la malinconia di Buttercups sfiora il folk. Oxigen cerca aria, rispettando il desiderio generale di creare uno spazio dove le persone possano unirsi e sentirsi libere, riappropriandosi della corporeità alla quale inneggia anche l’artwork di copertina: pronti, azione, via. La scatenata Out Of The Shadows arriva dritta al punto schivando le regole indotte: «I want my own room».

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