Recensioni

7.3

Ch-ch-ch-ch-change. Eclettica artista inglese di base a Berlino, Anika, torna a un album da solista, pubblicato da Sacred Bones in collaborazione con Invada Records, a undici anni di distanza dall’omonimo esordio, realizzato con Geoff Barrow e i suoi Beak> in quel di Bristol, e a otto dal sempre omonimo successivo EP, che includeva la cover di I Go To Sleep dei Kinks. Di casa Sacred Bones sono poi sempre stati anche gli Exploded View, quartetto fondato in Messico e guidato proprio da Anika Henderson, tra le altre attività in passato persino giornalista di politica, con all’attivo due lavori dalla squisita, morbosa fattura art-rock, Exploded View del 2016 e Obey del 2018 (andate a recuperarli, eventualmente, di corsa!). Oltre a portare avanti collaborazioni con vari film-maker, Anika ha sviluppato un robot per la scrittura di testi, assieme al programmatore Raul Sanders, portandoselo addirittura sul palco. Musicista, dunque, ma anche DJ, poetessa, fotografa, regista, conduttrice radiofonica, sperimentatrice ad ampio raggio. Note, parole e visioni centrifugano sotto alla sua direzione con passionalità perfettamente in controllo.

Novella Nico dell’indie contemporaneo, quando declamante con tono quasi minaccioso, tale è l’imperiosa, algida eleganza della timbrica, quando apparentemente confessionale, a velare segreti probabilmente sconvolgenti, in Changes Anika è a suo (dis)agio sia con gli spoken sia con i cantati più melodici, sostenuta da batteria, corde, ottoni, sintetizzatori. La grana sonora si è nel frattempo fatta più nitida e densa, come passare dal bianco e nero cinematografico al rosso acceso. Post-punk inevitabilmente noir e psichedelia acidula diventano un corpo unico con le influenze dub e trip hop assorbite dai summenzionati giri bristoliani. Le tracce in scaletta sono nove, tutte ugualmente affascinanti, capaci di rievocare Desertshore, Velvet Underground, certe bestialità tribal-dark alla The Creatures e gli ultimi Portishead senza perdersi nell’effetto déjà vu grazie a una personalità a suo modo magnetica. Citarne una anziché un’altra non avrebbe senso, nel complessivo rito magico che è l’ascolto, conturbante, chirurgico, ipnotico, ossessivo.

Eppure vi diciamo che Finger Pies o la title track portano pian piano alla decadenza la forma-canzone, mentre Naysayer, Sand Witches,  Rights Freedom accelerano le ritmiche, incrementano il tasso filo-noise e srotolano i foulard digitali di cupezza come in un piccolo sabba post-industriale. Un nome di culto, specie dalle nostre parti, ma dalla discografia sempre più di peso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette