Recensioni

7.2

In Ancora più buio Sicurella fa una piccola rivoluzione, rispetto al precedente Cigni: se in quel disco il musicista giocava con la psichedelia, i sintetizzatori e un cantautorato atipico capace di colorarsi di una profondità densa, elegante e scenografica dal punto di vista musicale, qui è il ritmo il centro del discorso. E non si tratta del beat di una batteria canonica, piuttosto di una iniezione letale di techno-electro-dance che non fa prigionieri, creando un ponte ideale quanto inaspettato con un clubbing angosciante, drogato e dai testi tutt’altro che estemporanei. 

È questa la novità più rilevante di Ancora più buio. Il primo contatto con la musica dell’album è quasi scioccante, con ancora nelle orecchie il lavoro precedente di Sicurella; eppure sulla lunga distanza emerge un irrefrenabile desiderio di farsi conquistare da questi 9 brani, di capire cosa si nasconda in una conflittualità musicale scomposta trascinata da synth, basi elettroniche anfetaminiche e un cantato che fa della della concisione una questione strutturale. Dalle spire soffocanti della musica sembra emergere dopo qualche ascolto una sorta di concept capace di posizionarsi oltre il qui ed ora stilistico di un album volutamente disturbante, per interpretare il suono e i temi di una società contemporanea ugualmente cinica, oscura e spietata. 

Ancora più buio è un lavoro a suo modo disilluso, pulsante, quasi “violento” nei concetti espressi. Nei testi dei brani c’è un mood “antagonista” sui generis che pare nascondere una certa rassegnazione: non c’è speranza in versi come «non importa se fa male / sono già rotto da un po’ / sono distrutto da un po’ / domani è un buco nero / qui tutto e niente è vero / é l’unica certezza che ho» (Miracolo), o «Quello che resta / è solo il vuoto dopo la tempesta / è come un chiodo che ci buca la testa / ti accorgi solo ora che è finita la festa» (Il vuoto), o ancora «La gente critica su tutto / cerca sempre di nuotare dentro il lutto / la voglia di merda / ci fa stare bene / ci fa frantumare / gli occhi dentro al sale / per piangere ancora una volta» (Bocca di Luna).

Quel che i testi esprimono senza mezzi termini, la parte strumentale esalta esponenzialmente, grazie a un’elettronica che non ha paura di sfociare nell’industrial e nel noise, e che ricorda a tratti il Raffertie della colonna sonora del film The Substance, assai sottovalutato dalla critica e invece splendido esempio di scambio sinestesico tra immagini e suono. Sicurella le immagini se le costruisce in testa – sono le scene che vede nella realtà che ha attorno – e dà loro vita attraverso un processo creativo istintuale che non si fa troppe domande su cosa sia giusto o sbagliato esteticamente. È un dialogo interiore sofferto e senza sotterfugi più che una conversazione con chi ascolta, un metodo induttivo ma consapevole che finisce per dare veridicità e spessore al materiale e che rappresenta un passaggio discografico evidentemente molto diverso da Cigni, ma non meno significativo.

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