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Il chiodo nero di pelle è lo stesso. Lo sguardo nasconde sempre quello stesso dolore e uguale è quell’aria determinata e irriducibilmente romantica. Per molti Angela Baraldi continuerà ad essere la protagonista di Quo Vadis Baby? di Gabriele Salvatore, ma questo Tornano sempre è il suo settimo album. L’ultimo di una lunga carriera cominciata negli anni ’80 e accompagnata tra gli altri da Lucio Dalla e Massimo Zamboni. Sempre più gente dovrebbe dunque accorgersi di questa Nada senza hit, di questa Mannoia con più sigarette (fumate), di questa Giorgio Canali al femminile. Non a caso dietro la produzione dell’album c’è proprio l’ex Cccp, ex Csi, e ora con i Rossofuoco, a orchestrare le chitarre di Stewie DalCol e la batteria di Vittoria Burattini dei Massimo Volume.
Da parte sua, Angela Baraldi ci mette estro e intensità con la Telecaster e la penna. Una miscela sensuale ed elegante, come nell’iniziale Michimaus e nelle varie suite Hollywood Babilonia o Chiudimi gli occhi. Quest’album è infatti anche l’occasione per veder tornare canzoni lunghe come reading nate da improvvisazioni a microfono aperto . Versi che, nei casi sopra citati, cantano di eroi dimenticati e della disumanizzazione guidata dalla tecnologia. Gli stessi tappeti di chitarre ricamano il terreno di Mille poeti, sull’affollamento di personaggi e delle loro poche idee nel mondo dell’intrattenimento, e di Immobili, climax in blues sulla guerra e la sua ineluttabilità. L’attitudine declamatoria funziona tuttavia meglio nella title track, una specie di diario di un outsider, e nei pezzi più spigliati. La dedica a Josephine Baker e la stoica Uomouovo brillano per disinvoltura e leggiadria punk, così come la cover in stile Nannini di Sono Felice dei Macromeo.
Eppure, nonostante i toni di tanto in tanto radiosi, Tornano Sempre è un outsider, un lavoro che ha a che fare con il lato oscuro della quotidianità, con la parte meno soleggiata dell’ego e dei rapporti personali. Cinico ma appassionato, è un album intimamente rock, elegante nella sua crudezza, spietato nella sua impulsività. È un’anima che passeggia di notte in un paesaggio urbano: la figura della femme fatale e del flaneur notturno e melancolico che torna sempre, come le poesie urbane di Patti Smith.
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