Recensioni

3021 è il nuovo album di Angela Baraldi a sette anni di distanza Tornano sempre, album col quale aveva riaffermato e definito un’identità forte come cantante. Dopo anni in cui la sua carriera era stata prima messa in secondo piano dalle buone performance da attrice per Salvatores per poi ripartire nelle collaborazioni con Massimo Zamboni e con gli ex-CSI, la buona riuscita di quel disco ne aveva rinvigorito un percorso che pareva confinato a collaborazioni e dischi lontani e non troppo ricordati.
Tornata come autrice, la scelta della produzione di Giorgio Canali l’ha collocata definitivamente nel panorama del rock alternativo italiano, posizione dalla quale ora procede in un certo senso sia avanti che indietro: il nuovo album, infatti, prodotto con Ale Sportelli (già al lavoro tra gli altri con Baustelle, Prozac+, Diaframma e Sick Tamburo) e col coautore dei brani Federico Fantuz, accanto a brani vicini al disco scorso segue uno stile tra cantautorato e rock, che in parte si richiama agli esordi come corista per Lucio Dalla e soprattutto per Francesco De Gregori (per la cui etichetta esce questa nuova opera e col quale è stata in tournée anche quest’estate), anche se con una consapevolezza nuova e col tesoro delle esperienze accumulate nel frattempo.
Il cambiamento è chiaro fin dall’apertura con la canzone che intitola l’album, una ballata lenta e aperta dai tocchi delicati e sapienti che si interroga su come l’epoca odierna sarà vista dal futuro, sospesa in echi la cui spaziosità suggerisce la grande distanza temporale che ci separa dall’anno del titolo. Segue Cosmonauti che ondeggia rock-blues a sostenere un cantato che porta memorie dei suoi primi mentori (anche in un’arguta strizzata d’occhio finale). Bellezza è un’altra ballata nella quale Baraldi riflette sul passato, mentre la vivacità saltellante e accorata de La preghiera, in realtà con un testo da filastrocca, è minata da qualche rima prevedibile.
Cuore elettrico costruisce il ritornello su un’altra citazione, “guarda come dondolo”, ma in questo felice tempo medio più che Edoardo Vianello si sentono tracce di quelle ballate degregoriane centrate sull’accettazione saggia di ricordi e riflessioni agrodolci. Corvi torna invece al passato recente ma con meno ispirazione, mentre La vestizione è una felice, sorniona ballata di seduzione sospesa; e se nell’apertura si nominava la luna, nella chiusura si torna nello spazio con la quasi-litania a gruppo pieno di Saturno, perché lo spazio che nel disco ha sostituito il fragore dell’altro album in questo disco ha vari significati.
Una prova di maturità, dal minutaggio relativamente breve come a non voler disperdere le forze, un’autrice che dopo tanto tempo, invece di mollare, ha ancora voglia di cambiare e crescere.
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