Recensioni

Quella che avevamo definito una trilogia possiamo ora ampliarla a quadrilogia. Parliamo del viaggio sonoro, tra chiaroscuri 4ad e giochi di sponda elettronicamente uk, che Andy Stott (coadiuvato dalla musa Alison Skidmore) ha intrapreso a partire da Luxury Problems, approfondendo in seguito il discorso con i successivi capitoli, Faith In Strangers e Too Many Voices. La trasversale vena che in sede di approfondimento abbiamo definito future r’n’b di stampo gotico, vuoi per l’austera architettura, vuoi per questo infondere la presenza umana più che sostanziarla, torna anche qui riannodando la periferia suburbana a una spiritualità laica e mai salvifica.
Con Never The Right Time quel percorso temporaneamente interrotto dal club oriented It Should Be Us, continua con invidiabile coerenza e buona ispirazione, senza cercare alcun bandolo della matassa. Paradossalmente, ma neppure tanto, la pandemia ha reso mainstream qualcosa che la musica per pochi accoliti di Stott evocava piuttosto bene: togliere i colori dallo spettro visivo, porre incolmabili distanze tra sé e il mondo esterno, cercare la bellezza lontano dall’aggregazione sociale. In alcuni frangenti il disco sembra farsi carico di una maggiore gravità. Dove Stone – una sinfonia affidata ai soli synth – è forse il pezzo più funereo che il producer mancuniano abbia prodotto finora. Altrove field recording e ronzii di connessioni modem aprono un curioso varco temporale tra una versione ipnagogica e Burial friendly degli Smiths e del retrofuturistico synth pop sintonizzato sulla proverbiali basse pressioni. Nuovi omaggi a Cocteau Twins e Dead Can Dance prendono il nome di The Beginning, episodio più convintamente pop rispetto ai consueti standard. E c’è senz’altro una trasversale fascinazione 80s ad emergere in controluce qui e in altre tracce che paiono, a dir il vero, cercare una sorta di unità, di contatto, seppur indiretto. Di converso la title track, ritorna sul lato più laboratoriale della produzione stottiana, una metronomica scacchiera di drums & claps, un canto appena accennato, un crescendo atmosferico, infine il rilascio. Interessante l’uso della chitarra ritmica e quella sorta di twang che sentiamo in Hard To Tell che produce uno scostamento temporale à la Labradford.
In Never The Right Time Stott ha corso il rischio di ripetersi evitando di suonare autoreferenziale. La gestione dello spazio, il sapiente dosaggio di pressione e rilascio, l’evitare il facile rapimento elaborando tattiche di straniamento, sono tutti elementi di un’arte che ha ancora forti ragioni di essere e resistere.
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