Recensioni
Radiazione di fondo. “In cosmologia, la radiazione cosmica di fondo, detta anche radiazione di fondo, abbreviata spesso in CMBR, dall’inglese cosmic microwave background radiation, è la radiazione elettromagnetica residua prodotta dal Big Bang che permea l’universo” (fonte Wikipedia). Dentro e fuor di metafora, la CMBR è anche un suono persistente, un rumore ineluttabile che ci accompagna nell’oscurità.
Origini cosmiche. Nel caso di Andy Stott, già da Passed Me By ma poi certamente in Luxury Problems, quella persistenza è del tutto evidente. Il pieno è sempre qualcosa di imprendibile, nella musica di Stott. È un pieno ancestrale, scuro come di regioni lontane dal sole. È un borborigmo profondissimo, quindi disperso nei cieli. Prima consapevolezza del live di Stott a International Feel: quel buio è in alto, c’è sempre e non ce ne liberiamo mai. E soprattutto non succede quando, nei primi venti minuti di set, dopo i glitchismi di Clizia, Andy ci mostra il calendario della sua genealogia – o almeno, è come se lo facesse. Inizia con un viaggio cosmico, con derive New Age quando si deraglia dalla kosmische. Ho studiato dai tedeschi cosmici e dalla loro vulgata, pare dire, soprattutto da quanto sprigiona da esercizi di candore nient’affatto innocuo alla Popol Vuh.
Altro sentore. Altra inquietudine di fondo. Perfetti i tedeschi per introdurre un muro di rumore bianco, che poi lascia spazio all’altro frangente della scuola scottiana squadernata a Firenze, davanti al cavallo di Marino Marini più che al pubblico del museo – il cavallo gigante si accaparra il punto acusticamente più efficiente della sala (compresi i ballatoi superiori), ma è una statua. Chi c’è dopo? Dopo il rumore bianco – e dopo una deflagrazione che ricorda più i Faust che scene harsch? C’è sorprendentemente quel mondo di quartomondismo che tra Steve Roach e Jon Hassel fa spazio finalmente alle questioni di lusso.
Cassa dritta. Arriva quando ormai non li si aspetta più, e con lei anche la maestra di piano (e ancora nelle orecchie abbiamo il richiamo delle voci non lontane di quei tedeschi di cui sopra, dal nome che ricorda popoli paleo americani). Ad aprire quello che sembra il vero set di Andy arriva il primo brano di Luxury Problems, Numb. Di certo bassi e cassa dritta da compressore alieno come in Execution (da Passed Me By) e nella stessa Numb avrebbero meritato un impianto ben più killer. Eppure, immedesimandosi con il cavallo, e quindi di fatto spacciandosi per un suo custode molto geloso, si è potuti entrare in quella pasta di bassi disumani e gustare alcune mosse da maestro e parecchio istruttive del protagonista della serata.
Beat lontani. Stott passa da Ibiza e poi torna in rotta su Up The Box. Ci arriva manipolando con gesto di manopola la distanza tra due tocchi di una già dilatata cassa dritta, che così diventa parentesi dove far sfogare – come sotto una campana di vetro che amplifica – le angolature da giungla. La tecnica di distensione del beat è un’arma bifronte: approfondisce i toni, dilata dando condizione di possibilità all’inquietudine e al tempo stesso inscena articolazioni interne, un peccato non ballarle (il vero peccato del luogo). Il gioco è lo stesso nei due bis, acclamati da chi è entrato nella scimmia sottocassa, forse meno compresi da chi abita nei livelli superiori del museo Marino Marini. Bastava spacciarsi per equini.
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