Recensioni

Nick Cave ha chiuso con la musica. Adesso fa il ceramista e trascorre la maggior parte del suo tempo in un atelier affollato di statuine che raffigurano santi bolliti nell’olio e poveri diavoli. Si apre con questa rivelazione sorprendente This Much I Know to Be True, il secondo film che Andrew Dominik ha dedicato al frontman dei Bad Seeds, nelle sale italiane il 23, 24 e 25 maggio con Nexo Digital. Non è vero, ovviamente, che Cave ha chiuso con la musica, è vero però che nei mesi lunghi e difficili della pandemia ha trovato un nuovo modo di incanalare le sue inesauribili energie creative. Così, nella prima sequenza del film lo vediamo indossare un insolito camice bianco, intento a illustrare al regista – e a noi spettatori – una singolare “Storia del Diavolo in diciotto statuette” che sembra la traduzione in ceramica smaltata di una delle sue inconfondibili ballad. Al termine di questo bizzarro preludio, però, la musica torna immediatamente centrale e diventa il fulcro di uno strano oggetto cinematografico, sospeso tra documentario e concert movie.

Difficile, se non impossibile, parlarne senza tirare in ballo One More Time With Feeling, film di cui This Much I Know to Be True costituisce l’ideale secondo tempo, stando alle dichiarazioni del regista. Le differenze tra le due operazioni sono significative tanto quanto i punti di contatto. Il film del 2016, inizialmente pensato per promuovere l’uscita di Skeleton Tree, dopo la morte improvvisa di Arthur – il figlio quindicenne di Cave – si era trasformato nella sofferta testimonianza di un processo di elaborazione del lutto colto nel suo svolgersi. Materia incandescente e magmatica opportunamente raffreddata da un bianco e nero monumentale e austero, in grado di scongiurare il rischio di scivolare nel patetismo e nella pornografia del dolore. Il risultato di un’operazione tanto delicata era un film complesso e multiforme, capace di dare una risonanza universale alle conseguenze di una tragedia individuale e familiare.

This Much I Know to Be True si dimostra fin da subito un film più scarno ed essenziale, seppur dotato di una innegabile efficacia figurativa e tematica. Un film premeditatamente caotico, che qua e là si slabbra e lascia intravedere i procedimenti alla base della sua stessa realizzazione. Dominik, accompagnato da un virtuoso della fotografia come Robbie Ryan, gioca tutto sulla ripetizione di pochi ma collaudati espedienti visivi messi al servizio della musica di Nick Cave e Warren Ellis, qui impegnati nell’esecuzione di brani tratti da Ghosteen e Carnage. Ancor più che in One More Time With Feeling, la dimensione performativa è centrale e predominante, d’altro canto il film nasce come surrogato cinematografico del tour mondiale che Cave è stato costretto ad annullare nei primi mesi del 2021 a causa dell’ennesima ondata pandemica. E questa dimensione performativa si associa a una specifica dimensione spaziale. Cave ed Ellis compaiono al centro della scena in quello che sembra a tutti gli effetti un tempio in rovina; il primo ha l’aspetto di un predicatore blasfemo, il secondo quello di un profeta posseduto dal Dio della musica.

La scelta di Spinning Song come brano d’apertura è tutt’altro che casuale: dal momento in cui le prime note risuonano tra le pareti del tempio, tutto comincia letteralmente a ruotare attorno a Nick Cave. Il marchio distintivo del film – in termini puramente formali – sono infatti le lunghe carrellate che accompagnano le performance musicali. Muovendosi in sincrono con i giri di accordi ossessivi e ipnotizzanti del sintetizzatore di Warren Ellis, due macchine da presa descrivono un’orbita perfettamente circolare attorno al king of rock ‘n’ roll, mentre gli altri performer – essenziali per la riuscita del rituale – appaiono e scompaiono come fantasmi tra lampi di luce abbagliante. Lo spettatore, inevitabilmente attratto all’interno di quest’orbita, viene invitato a prendere parte a un’esperienza turbinosa e viscerale, a mettere piede nel cerchio magico in cui la materia primordiale dell’ispirazione si sublima in musica e canto. Le incursioni al di fuori di questo spazio consacrato alla musica sono sporadiche ma fondamentali, e aprono il film a ulteriori livelli di significato. Nelle brevi scene che raccordano le lunghe sequenze musicali, This Much I Know to Be True rientra infatti in territori più tradizionalmente documentaristici e offre squarci illuminanti su quel che sta dietro la performance.

È in questi momenti che il film rivela la sua natura più intima, riavvicinandosi ai toni e ai temi del suo predecessore. Se One More Time With Feeling era il resoconto di un viaggio verso il nucleo incandescente del dolore, This Much I Know to Be True assume i contorni di una riflessione sulle conseguenze del dolore, sugli esiti della lotta tra l’individuo e il caos, sul valore catartico dell’arte. Il Nick Cave di This Much I Know to Be True, pur segnato dall’esperienza del dolore, appare sereno e pacificato, tanto da confessare di essere molto più felice che in passato. Eppure, aggiunge subito dopo, «per me la cosa più importante non è la felicità, è trovare un senso nelle cose». Questa affannosa ricerca di senso ha assunto negli ultimi anni un ruolo centrale nella sua vita come nelle sue creazioni. Lo dimostrano le risposte alle lettere della rubrica The Red Hand Files, canale di comunicazione privilegiato tra il Re Inchiostro e i suoi ammiratori. È proprio la lettura di una di queste lettere a costituire il momento cruciale del film. Un fan rivolge a Cave una domanda tanto semplice quanto irrisolvibile: «Com’è possibile sopportare di non avere alcun controllo sulla propria vita?». La risposta è quella di un uomo ormai fin troppo abituato a lottare contro i capricci crudeli del destino: il velo che separa l’ordine dal disordine è sottile e fragile, viviamo tutti sull’orlo della catastrofe, non abbiamo alcun controllo sulle nostre esistenze, non l’abbiamo mai avuto e non lo avremo mai.

Nick Cave, artista metamorfico come pochi, non offre una soluzione ma indica una strada: quella del cambiamento e del rinnovamento. «Questo è il grande atto di insubordinazione ai capricci della vita che si offre a tutti noi». E il grande atto di insubordinazione, per Nick Cave e Warren Ellis, coincide con la creazione artistica. Lo dimostrano le sequenze che tentano di catturare l’essenza ineffabile del loro sodalizio umano e musicale. I diretti interessati, chiamati a spiegare i misteriosi meccanismi che governano il loro processo creativo, rispondono senza troppi giri di parole: tutto si svolge all’insegna dell’improvvisazione e dell’abbandono estatico (per Ellis) o sofferto (per Cave) al flusso del caos.

Eppure nel momento vorticoso e trascinante della performance ogni groviglio si scioglie e il caos si rivela per quello che è realmente: un ordine non ancora decifrato. E qui sta la verità a cui allude il titolo del film, la verità che Nick Cave ha appreso dopo essere stato messo alla prova dall’esistenza. L’arte può scaturire dalla confusione, dalla sofferenza, dalla paura strisciante che le nostre vite non abbiano alcun significato. Ma anche per questo – anzi soprattutto per questo – è uno dei pochi mezzi che abbiamo per lenire il dolore, imbrigliare il caos e dare un senso al nostro breve passaggio sulla terra. And this much I know to be true.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette