Recensioni

Prima di parlare di cosa sono – anzi: di dove sono andate – le canzoni di questo Una lunghissima ombra, proverei a spendere due parole su Andrea Laszlo De Simone, vale a dire: su come forma e sostanza della sua musica costituiscano volutamente una rappresentazione della sua genuina difficoltà (impossibilità) a incastrarsi in questo tempo nel mondo. Come cioè sembrino – lui e la sua musica – sottrarsi a una definizione solida di presenza nel presente, di adesso, nella misura in cui si manifestano come memoria del loro esserci, per come cioè scontano una dislocazione, uno sfasamento.
La voce stessa e il dispositivo sonoro in cui è gettata appartengono a una dimensione interstiziale, un rimbalzo tra epoche, un differimento tra piani di memoria. In parallelo a questo – o conseguentemente -, avverti una specie di sovrapposizione tra meraviglia e angoscia, tra abbandono e implosione, ottenuta lasciando emergere forme pop suggestive e talora persino massimaliste all’interno di cornici fosche, intrise di sgomento e assediate da un vuoto cosmico emotivo. Quasi che tra il De Simone musicista e il De Simone individuo corresse il solco di uno strisciante dissidio, uno scarto di prospettive e finalità, un’aritmia esistenziale.
Ed è come se qualcosa sempre mancasse per saldare le parti, per colmare la crepa, per cicatrizzare e pacificare. Ma proprio questa mancanza è il punto, perché coincide col cuore di ciò che sentiamo, un cuore tanto semplice quanto insondabile. Un segreto esposto. Un mistero elementare di cui alla fine resta comunque il mistero.
Se il De Simone di Uomo Donna, correva l’anno 2017, appariva immerso in una nebbia acida e a tratti anche spigolosa di – come dire – avanpassatismo, impegnato a raccontare il suo esserci qui e ora con un armamentario di attrezzi volutamente datati (o, se preferite, vintage) e diversamente naïf, due anni più tardi la suite Immensità lo vedeva proiettarsi in una bolla cosmica nella quale l’estro nostalgico/retromaniaco decollava in uno spaziotempo senza (più) coordinate. Rovesciata la naïveté in uno stordente smarrimento lucido, De Simone galleggiava in un vuoto che contemplava pochi e flebili appigli col presente, nutrito da un’estasi abbacinata e rappresa. Tanto che a quel punto non sapevi più in quale casella metterlo, lui e la sua musica.
Ciò che del resto ribadirono le due colonne sonore a cui si sarebbe dedicato a stretto giro (Promises del 2021 e Le Règne Animal del 2023), ricevendone sostanziosi apprezzamenti: uscire dal perimetro e dalle finalità della canonica forma canzone pareva un modo per assecondare gli intenti espressivi e la calligrafia, per sottrarsi ai percorsi obbligati. Musica applicata come antidoto al mettersi a disposizione e a sistema: c’è della contraddizione in questo, ma tant’è.
Tutto ciò, lo ammetto, mi convinceva fino a un certo punto. Mi lasciava cioè il sospetto che la postura da outsider fosse un obiettivo prevalente rispetto a forma e sostanza, nonché un modo per abbozzare peculiarità in un tempo di cliché retromaniacali. Ma forse ero nel torto.
Il terzo vero e proprio album da solista arriva oggi a chiarire un po’ di cose. Un bel po’, in effetti. Parliamo di ben diciassette pezzi per quasi settanta minuti di durata, dai quale emerge un songwriter accartocciato nell’incantesimo di un canzonettismo melodico e visionario, ricalcato su un pop che oscilla tra inclinazioni cameristiche e psych radiosa, pescando dall’archeologia nazionalpopolare affabili giocolerie da juke box e indugiando sulla linea d’ombra tra beat e prog, ma senza intenti nostalgici a gratis, al contrario per spremere da ogni suggestione le frequenze oniriche, la capacità di ricavare molecole di stupore dalla trama impietosa della realtà (che rimane immutata, nella sua arida malevolenza).
Anche in questo caso affiora la tentazione della suite, visto che le canzoni si susseguono senza soluzione di continuità, collegate da found sounds, bordoni allibiti, loop krauti o enigmatiche folate cosmiche, tanto che viene da pensare a una coscienza alla deriva nel buio del proprio spazio interiore, infestato di memorie febbricitanti e timori opachi. Non a caso la scaletta si apre col bailamme bandesco de Il buio, i cui ragli e le vampe sembrano voler strattonare l’impasse dell’anima.
Più che un procedere, poi, è uno sprofondare senza bussola, anche se affiora quanto meno una certa predilezione: dal valzer cameristico di Ricordo tattile (potrebbe essere un folk-prog intriso di ugge cantautorali 60s e un’angoscia sotto formalina) alla ballata battistiana di Pienamente (particelle mnemoniche Balla Linda a stropicciare emozioni infebbrate: “ormai non temo niente/chi vive morirà”), passando da La notte col suo miraggio piano-fiati quasi Mercury Rev e un estro delizioso Sixties in bilico tra spiagge e luna, quindi dal valzer orchestrale di Quando con le strofe quasi Branduardi e il ritornello irrorato di trasporto melodico Modugno, fino a quella Un momento migliore che – introdotta da una caciara di capodanno con tanto di countdown scandito da Amadeus – sparge spore malinconiche tra organo, archi e clavicembalo (“non voglio pensare al futuro/perché sono quasi sicuro/che sbaglierò per sempre”).
Intendiamoci: più che una brama di revival dell’archeologia canzonettistica italiana, con l’inevitabile portato di angoscia a saturare il vuoto dei sogni vaporizzati, sembra che De Simone intenda mettere in scena il proprio stesso essere gettato in un immaginario fantasma, come conseguenza – ed emblema – della sua refrattarietà alle dinamiche del presente.
Azzarderei a titolo di interpretazione una sintesi brutale: in quest’epoca di presentificazione sistematica c’è – appunto – troppo presente. Non deve stupire perciò se tanta pressione finisca per espellere qualcuno, per ri-collocarlo in un tempo fuor di sesto, sfasato rispetto a tutto il resto. Nel quale se non altro va messo in conto un vantaggio: la possibilità di scorgere il meccanismo senza esserne del tutto soggiogati.
Questo ci dice soprattutto l’ultima sezione del disco, a partire da Planando sui raggi del sole, debitrice del Battisti dei primi 70s fin dal titolo ma soprattutto per il palpitante crescendo orchestrale, anche se il quasi-talking rimanda curiosamente al periodo “bianco” (“è di nuovo mattina/e inizi già a sentire/un uragano in petto”) e nel bel mezzo irrompe una friabile digressione jazzy. Quindi, dopo l’intermezzo di Spiragli (un Morricone declinato spacey), aleggia ancora lo spirito di Battisti in una Quello che ero una volta che però sterza con stupefacente candore in zona folktronica, spolverando le fluorescenze bucoliche di intimismo battagliero Riccardo Sinigallia.
Arriva poi il momento del climax poetico con la sorprendente Non è reale, sorta di drone ipercromatico che sfocia in synth-wave acrilica, con tanto di voce androide che cala sul piatto le carte decisive (“cosa ci spinge?/cosa ci domina?/non è reale”). Subito dopo, la title track “risponde” e chiude i discorsi con una ballata lo-fi chitarra e voce, nella quale il corpo è chiamato a farsi testimone di presenza nel tempo – con la sua ombra, appunto, lunghissima – mentre lo stemperarsi in un valzer bucolico (archi, legni, ance) sembra alludere proprio a questo diapason tra consapevolezza e abbandono, tra concreto e inafferrabile.
Ho già scritto troppo, ma c’è almeno un’ultima cosa che merita menzione: la tendenza a espandere i pezzi in lunghe code. Si prenda quella splendidamente onirica di Per te (pezzo dedicato, credo, al figlio: “per te che farei?/farei tutto io/non sai cosa farei”), o il vortice spacey in dissolvenza di Un momento migliore, o ancora lo spegnersi cinematico/crepuscolare di Non è reale, infine e soprattutto il veleggiare abbacinato e indolenzito della seconda metà di Quando: è un intercalare formale che sposta il baricentro delle canzoni, le dissesta consegnandole a un disequilibrio senza gravità, spezza il recinto del dover-essere canzone, liberandole così dal vincolo di un senso, aprendole alla possibilità della suggestione in-sensata. Ed è, mi pare, un’indicazione chiara riguardo a ciò che potremmo pensare su De Simone, oggi e da adesso in avanti.
Una lunghissima ombra è insomma davvero un ottimo disco, che in tempi meno affollati avrebbe potuto ambire tranquillamente allo status di classico. Invece, in questo iper-presente, chissà.
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