Recensioni
Auditorium Parco della Musica, Roma
Andrea Laszlo De Simone
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Stefano Capolongo
- 30 Agosto 2021

«A presto! I giornali hanno proprio esagerato!». Così Andrea Laszlo de Simone ha salutato la cavea dell’Auditorium Parco della Musica dopo un concerto che tutti si aspettavano essere il suo ultimo, almeno per qualche anno. L’annuncio del ritiro dalle scene a tempo “indeterminato” è avvenuto qualche giorno fa con un lungo post sul suo profilo Facebook corredato da una foto di una mucca di razza frisona, la stessa della famosa copertina di Atom Heart Mother dei Pink Floyd. Quell’album del 1970 fu, con buona probabilità, quello della vera maturità artistica per la band inglese, capace di rendersi democratica e corale nonostante i continui e costanti dissidi interni e in grado finalmente di riflettere sul proprio ruolo di essere umani prima che di artisti. Nel suo post De Simone ha tracciato una parabola che ha collegato le prime registrazioni di Uomo Donna al concerto di ieri sera, mettendo al centro gioie, timori, soddisfazioni e progetti: cinque anni intensissimi di carriera musicale che non hanno mai offuscato il De Simone uomo, compagno, padre dietro l’etichetta di musicista. Da qui un desiderio tremendamente umano («Credo fermamente che la vita sia soltanto una e sento il bisogno di indagare e seguire le cose che amo [tutte] come si fa con le farfalle») che ci dice molto di un artista arrivato in vetta alla propria carriera.
Quanto visto sul palco conferma il valore assoluto di un musicista che ha creato un proprio genere partendo da lontano, rielaborando la tradizione cantautorale italiana con classe e garbo e portandola per mano su crinali psichedelici, eterei e sperimentali. L’orchestra che accompagna il musicista di lino vestito, si chiama Immensità. Mai nome fu più azzeccato. In due ore di concerto i 13 elementi impreziosiscono e innalzano il livello di un momento che se fosse un racconto di Pavese, finirebbe invece con una malinconica uscita di scena del protagonista, magari sgattaiolando in un vicolo o sbattendo la porta.
La suite Immensità, eseguita per intero, porta tutti su come in una giostra. In quella mezz’ora intensa, volata via in un soffio, sparisce tutto: i rumori, i pensieri, il disagio, le distanze non ci sono più. Una volta in cima si riscende velocissimi per le montagne russe di Uomo Donna. Immensità e De Simone sono un unico fiume che scorre, ora in piena ora lento, mentre ci raccontano qualcosa sulla vita, una vita che sta accadendo qui e ora: Vivo («Vi conviene cogliere il tempo che rimane prima che smetta di bruciare»), Fiore mio, La guerra dei baci, Sogno l’amore, Solo un uomo. Un crescendo che fa cantare, ballare (sì, anche da seduti), ondeggiare e riflettere su quanto necessaria e salvifica sia l’esperienza della musica live per artisti e pubblico. Vieni a salvarmi in chiusura è arrabbiata e reiterata, sembra non voler finire mai nella misura in cui De Simone non vorrebbe lasciare quel palco. Quel patto trino, sacro e inscindibile, tra artista, orchestra e pubblico è instaurato.
La trasmissione al proprio pubblico della fine di un ciclo passa stasera per due concetti fondamentali: passione (come quella dichiarata per le sigarette) e indefinibilità. Due qualità di Andrea Laszlo de Simone che intersecandosi continuamente hanno dato vita ad uno dei concerti più intensi degli ultimi anni (no, l’astinenza da live data dal Covid non c’entra) dimostrando che il tempo non deve essere un nemico contro cui lottare ma un alleato in chiave evolutiva (o una cura, come lo definì Niccolò Fabi). Quindi, incredibile ma vero, si può scegliere di tirare il freno a mano anche a 35 anni, dopo appena due dischi e nel momento di maggiore pienezza e consapevolezza, senza pensare che sia finito tutto per sempre. Il senso dell’affermazione iniziale è che Andrea Laszlo si terrà lontano dai palchi per un po’ ma continuerà a fare musica, addomesticando e declinando il tempo tiranno in tutte le possibilità che la vita può offrire.
Non un addio ma un arrivederci, speriamo non troppo lungo.
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