Recensioni
And You Will Know Us By The Trail Of Dead
X: The Godless Void and Other Stories
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Andrea Macrì
- 19 Gennaio 2020

Chi scrive ama le storie imperfette. Quelle in cui non esiste una linearità nel percorso dei protagonisti, in cui i classici schemi saltano. Inizio folgorante, celebrazione, conferma, e poi lento declino: quante vicende abbiamo visto svilupparsi in questo modo? Quella degli … And You Will Know Us By The Trail Of Dead è, invece, un filo diversa. È il racconto di una formazione che parte bene, continua benissimo, e poi si sforza di allargare il proprio spettro sonoro forte di quello slancio iniziale, senza averne i mezzi o la fortuna. Avete presente quando si parla di grandi gruppi in un determinato momento del loro percorso – che ne so, i Clash all’altezza di London Calling e Sandinista! – e si dice che erano in grado di fare tutto e lo fecero? Ecco, chissà se un giorno qualcuno scriverà delle gesta di tutte quelle formazioni che invece ci provarono e caddero. Gli AYWKUBTTOD troverebbero sicuramente un capitolo a loro dedicato, in una narrazione del genere: rappresentano quel genere di band che pensa a un certo punto di poter fare tutto, ci prova, e collassa. Inesorabilmente.
Non è assolutamente uno sviluppo lineare: non c’è regolare ascesa e poi caduta. Almeno, ad ascoltare gli ultimi due dischi – IX e questo X: The Godless Void And Other Stories – che vedono i soli Conrad Keely e Jason Reece al comando dopo la grande centrifuga dei cambi di formazione. Qui si parla di una band che è pian piano salita, poi è rotolata giù, e ora sta rinascendo. Potete vedere come questo percorso, proprio in ragione dei dischi meno riusciti, riesca in questo preciso momento storico a risaltare le ultime produzioni? Ed è strano perché, se ci pensate, se foste i Trail Of Dead, arrivati al rovinoso capitombolo delle troppe ambizioni, cosa avreste fatto? Avreste magari scelto un profilo basso, un tentativo di suonare discreti. Col tempo che è passato, con l’età che è avanzata, vi sareste concentrati sugli aspetti di songwriting migliori del vostro repertorio, e avreste abbassato i volumi. Fisiologico. Magari vi sareste dati al cantautorato. E invece.
E invece succede che la seconda vita (o terza, se così si può dire) del gruppo è meravigliosamente a volumi altissimi: puro suono dei tardi anni Novanta, quella roba che dagli At The Drive-In in poi appariva sulle tv alternative, su MTV Brand New, e che sembrava essere ancora in grado di dire commercialmente la sua. Come se la risacca post-grunge non fosse già in atto. Noise, post-hardcore, psichedelia, pop ma sempre a db che rasentano il tumulto: il suono dei Trail Of Dead è (ancora) questo. Ma il buono è che a questo giro lo è ancora di più, come se riuscisse (Blade Of Wind) a prendere le cose che non sono sue e, finalmente, a tenerle.
È bello qui fare la tara a quello che non è successo ai texani: non sono diventati famosi, ma non sono neppure diventati prolissi, imbolsiti, buttati lì. Hanno abbandonato le sirene del progressive interminabile (cosa che in certi momenti hanno toccato), e stranamente hanno preso il meglio dall’età: un senso della misura maggiore, pur in una struttura dei brani che è sempre epica, di quella che però parla ai carrarmati, ai caterpillar, alla devastazione, pur volendo essere spirituale. Si ascolta il disco e ok, si pensa a tutti i sottotesti trascendenti (con quella copertina e quel titolo, d’altronde, come si potrebbe fare altrimenti?), e però è incredibile come lo scollamento dell’equilibrio sonoro penda sempre verso il caos, la violenza (Into The Godless Void), e mai verso la pacificazione o, peggio, la dispersione. E come fai a non essere contento di questa cosa qui? È una specie di impalcatura ideologica della scrittura che non basterebbe di per sé a fare dei buoni brani, ma che qui invece riesce a brillare. Certo, il disco è lungo, e alcuni pezzi forse sono troppo “Emotività da anni Novanta quando gli anni Novanta sono belli che andati”, ma se si ascolta questo album senza questo tipo di connotazione, i frutti buoni ci sono, e anche belli succosi. Perché privarsene?
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