Recensioni

7.3

Dacché nacquero ormai una ventina di anni fa, i … And You Will Know Us By The Trail Of Dead hanno sempre preferito seguire tendenze spesso centrifughe rispetto ad una coerenza sonora, pur di assecondare una voglia quasi pantagruelica di viaggiare con le loro chitarre in territori magari contrastanti, quando non stridenti. Se dovessimo definire le tre dimensioni attraverso cui si muove la loro autenticità (quella davvero mai messa in discussione), potremmo dire: noise mastodontico tra Refused e post-hardcore statunitense; indie-pop elegante e barocco; prog neanche troppo mascherato, spesso immerso in sezioni d’archi, tastiere, mandolini e banjo.

Arrivata al nono capitolo del suo viaggio, la band di Conrad Keely e Jason Reece (coadiuvati dai “nuovi” Autry Fulbright II e Jamie Miller) ha ormai imparato ad evitare le cadute e gli errori dei vettori indicati sopra, prendendo il meglio da ciascuno di essi. Saranno stati alcuni dischi sbagliati (poca messa a fuoco e dispersività), ma il gruppo di Austin arriva a questo punto con una profondità di sguardo ancora vivida, già testimoniata dal precedente Lost Songs. I quattro sfuggono in un sol colpo al manierismo (classico in chi prova a portare avanti discorsi di evoluzione con le chitarre dopo molti anni), alla faciloneria da “febbre da hit”, alla prolissità stucchevole del progressive.

Per carità, anche questo IX ha un richiamo ai concept (è legato al Dune di Herbert – per i lynchiani: sì,quel Dune) nei testi, ma è un appiglio fantascientifico che resta isolato. Il resto è un impasto sonoro concretissimo, che affina tutte le armi dei Trail Of Dead e le rende funzionali a brani sostanziosi, solidi, spesso emozionanti (The Ghost Within, gli archi di The Dragonfly Queen). La produzione pulita esalta i momenti più introspettivi e melodici, che qui sono la maggioranza, così come gli intarsi del songwriting. Allo stesso tempo, però, essa non smorza i brani aggressivi, che sono pochi ma che per questo spiccano maggiormente (A Million Random Digits).

Si capisce che la maturazione è diventata evoluzione, quando anche il brano più lungo e dal magniloquente titolo Lost In The Grand Scheme viene affrontato come un viaggio tra cambi di tempo e atmosfera, ma in cui ogni inserto sintetico e tenue è il preambolo per un assalto degno dei tempi che furono, quelli della fisicità noise. Bentornati, grande disco.

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