Recensioni

A ogni nuovo disco di Aldous Harding, la sfida è sempre la stessa: come definire un’artista che è, per sua natura, indefinibile? Una che ha fatto dell’essere sfuggente una costante, dell’essere stramba una cifra, dell’essere fuori squadra una ragione artistica, restando tuttavia in una dimensione pur classica e riconoscibile nei suoi elementi costitutivi, ma inafferrabile nel suo insieme, in un trasformismo continuo mai fine a se stesso eppure, ogni volta, non meno che disorientante, quando non sconcertante? Una che non puoi né ignorare né, anche a fronte del massimo dello scetticismo, non restarne intrigato?
È senz’altro questa la radice del fascino, indiscutibile e magnetico, che la nostra Hannah esercita da una decina buona di anni su un pubblico sempre più affezionato, attento e numeroso, disposto a seguirla ciecamente, se è vero che il suo disco ad oggi più weird e incatalogabile, Warm Chris (2022), è riuscito appena quattro anni fa a piazzarsi in vetta alle patrie classifiche neozelandesi, conquistando elogi a ogni latitudine.
Con la sua imprevedibile eccentricità, le arguzie pop e le volute e ricercate storture arty, quell’album sparigliava le carte e mandava una volta per tutte il tavolo per aria, ridisegnando i confini della carriera della sua autrice nell’offrire una nuova ipotesi di cantautorato; se dirla folksinger è ormai da tempo riduttivo (a occhio, già da Designer), i nomi di Kate Bush, PJ Harvey e Cate Le Bon possono giusto alla bisogna dare qualche appiglio, senza mai cogliere cosa significa essere una cantautrice per la ragazza che si fa chiamare Aldo.
Che adesso ci guarda, ineffabile, con la faccia dipinta di blu (omaggio a Modugno? Ai Puffi? Ad Avatar? No; un ammiccamento alle “blue women” del testo di Coats, presumibilmente) dalla copertina di Train On The Island, quarta collaborazione di fila con John Parish – si iniziò, in tempi non sospetti, con Party del 2017 – che aggiunge un nuovo pezzo al puzzle rinnovando l’enigma; il teatro sono ancora i Rockfield Studios in Galles (da sempre, patria degli eccentrici, da cui è stata adottata), con le comparsate di Mali Llywelyn (arpa), Joe Harvey-Whyte (pedal steel), Thomas Poli (synth), Sebastian Rochford (batteria) e del fido Huw Evans / H. Hawkline (tutto il resto).
Al posto della smaccata freakerie del predecessore arrivano dieci nuove canzoni oniriche, sospese e minimali: una nuova e ulteriore forma di songwriting mutante, colma di suggestioni liriche e di pennellate impressioniste, intrisa di amabile surrealismo e, benché caratterizzata dall’usuale camaleontismo, vocale e non solo, persino “normalizzata”; a colpire stavolta è proprio l’assenza di impatto immediato, una morbidezza violenta (giocando d’ossimoro).
A partire da pochi tocchi di Rhodes, I Ate The Most si insinua suono dopo suono, verso dopo verso (il distico I’m not afraid like you’re not gay / And you’re not old, like I’m on the spectrum è un’apertura che toglie il fiato), lasciando che parole, interpretazione e paesaggio sonoro facciano il lavoro di seduzione. È un disco di ambiente, con i personaggi volutamente sullo sfond o, sfumati, con pochi ma decisi tratti a disegnare la scena tra ammiccamenti jazz, blues e soul (le sognanti Worms, Train On The Island, San Francisco) e raggi di luce e di colore (i singoli Venus In The Zinnia, indie folk ad altezza Go-Betweens in duetto con Hawkline, e l’avventurosa One Stop, in cui rievoca un incontro silenzioso e imbarazzato con “il vero John Cale”), concessioni al folk delle origini (Riding That Symbol) ed esplorazioni soniche inevitabilmente parish-iane (What Am I Gonna Do?, con tanto di solo strambo di arpa sul finale).
Ma è una normalizzazione solo apparente: solo da una Harding è lecito aspettarsi certi, immancabili non sequitur lirici (“la profesora” di Worms, i siciliani che raccolgono vongole della title track, i cani coperti da spessi cappotti in Coats) e compositivi (la coda di One Stop che riappare alla fine di San Francisco con chiave e registro vocale mutati – una reprise? Una canzone nelle canzoni?), nonché colpi di teatro come la deliziosa e barocca If Lady Does It (funambolica e fiabesca, nei cambi di tono e fraseggi) e Coats (una C’mon Billy che sul finale si permette di sbeffeggiare Hey Joe, tra cori fantasmatici, falsetti parodistici e i citati nonsense del testo).
Non un passo avanti ma uno – anzi tanti – di lato, o meglio in ogni direzione. Anche stavolta, inutile cercare di capire: basta smettere di provarci.
Come meet my women / What do you say when you meet blue women?
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