Recensioni

Un ragazzo decide di regalare alla compagna un acquario con dei pesci. Nell’acquario sbuca una lumaca. La lumaca si riproduce. Dopo poche settimane è un’invasione di decine e decine di lumache. Il protagonista non si decide a ucciderle, né a scacciarle in qualche modo, sollevando così un curioso dilemma sul diritto alla vita e sul rapporto con la natura. Oppure: Un certo “John Something” deve intervenire a un certo convegno accademico. Va fuori tema e parla di un documentario, “When we were kings”, sulla boxe degli anni ‘70. Il protagonista, anni e anni dopo, ricorda solo la purezza e l’istinto di quell’intervento non programmato, rispetto alle decine di altre conferenze, tutte rigidamente strutturate. Non so voi, ma ascoltare questi racconti sotto forma di canzone rap (parlo di Snail Zero e John Something) mi fa tanto sorridere, sia perché si tratta di pezzi di vita che raramente trovano spazio nelle logiche di questo genere, sia perché nella semplicità puerile di simili storie si staglia una genialità espressiva e narrativa che da 25 anni non sembra avere molti eguali.
Black Hole Superette, ultima fatica di Aesop Rock, è come sempre questa roba qui: creare nuovi percorsi linguistici e strutturali per raccontare la propria poetica. Così, se Integrated Tech Solutions (2023), il precedente, diventava un ironico e distaccato manuale d’uso per la società post-industriale e per la sua conseguente disumanizzazione, e Spirit World Field Guide (2020), una guida per una connessione esoterica con la natura e le sue forze più mistiche, quest’ultimo si ambienta in… un minimarket. La superette diventa un buco nero, simbolo evidente di un consumismo che risucchia e devasta, e offre a Rock la possibilità di muoversi tra le corsie di questo luogo, di comprenderne i valori, l’ambientazione, il mondo che gli ruota attorno. Di sviscerare quindi un altro racconto lungo (18 tracce, più di 70 minuti), denso e visionario, che si può collegare per certi versi al lavoro di altri geni dell’underground “cerebrale” di oggi.
Non si può più ignorare questo fil rouge: i Clipping vengono da un manifesto cyberpunk disilluso e tangibile, tra degrado sociale, iper-tecnologia, perdita di sé. Billy Woods ha scritto un disco horror terzomondista fatto di fanghiglia urbana, racconti grotteschi e violenti, oppressioni socio-politiche e scabrose ipocrisie. Ecco poi Rock, che continua sulla stessa linea di disillusione sociale e psicologica, di esaltazione del diverso, di incitazione all’anomalia nel sistema e al cambio di prospettiva, di rappresentazione delle trappole quotidiane e delle forze sociali che regolano l’oggi. E se nell’hip hop mainstream domina un certo fascino per la spettacolarità, l’artificio, la ricerca del soundscape, o al contrario per l’introspezione e lo scavo di sé, sta ai “filosofi” urbani di oggi, quelli più maturi e cerebrali, continuare a raccontare ed esporre la società a una tagliente e puntualissima critica a tutto tondo.
L’album del Newyorkese allora, fiero e consapevole di questa carica anarchica, si dispiega in strumentali boom bap scarne e sintetiche, con synth dal sapore cyberpunk, bassi e percussioni digitali, ritmi ossessivi, e qualche eco free jazz qua e là a decorare la struttura portante. I richiami sono i soliti: Company Flow, Del The Funky Homosapien, MF DOOM, Kool Keith, ma anche i sopracitati Clipping, per una strada, o meglio, molteplici, puntigliosa e senza compromessi che si immerge nella realtà notturna, sporca e sfaccettata della città. C’è spazio per frammenti più sognanti e spirituali (So Be It con Open Mike Eagle al ritornello, Unbelievable Shenanigans con Hanni El Khatib), racconti di graffitismo e cultura di strada (Secret Knock), geniali auto-celebrazioni (Ice Cold Sold Here), spicchi di nervosismo, paranoia e instabilità (1010WINS con gli Armand Hammer, Send Help), ma anche immagini surreali, quasi kafkiane (Movie Night), riconnessioni con la natura (Bird School), scontri con la rete sociale (Checkers, Red Phone).
Insomma, come sempre la matassa è gigante e enormemente intricata, dove tantissime citazioni si fondono a gerghi specializzati, metafore espressioniste, simbologie varie e un vocabolario incredibilmente stratificato. Che Aesop Rock sia un genio del verbo lo avevamo già capito, ma che riesca ad ogni uscita a sperimentare con successo, a mantenere intatta un’autenticità e brillantezza espressiva senza eguali, questo è oggetto di stupore ogni volta. Black Hole Superette conferma tutto questo, prendendo, oltre ai dischi di cui sopra, una certa pazzia ironica appartenente a Bazooka Tooth (2003), nel suo essere un disco oscillante, ipocrita, difficile da digerire, disorientante nei mille vicoli che percorre.
Se la società post-industriale di oggi vive di schemi, canoni, standard, ritmi propri, le cronache di un Eraclito moderno e anomalo poiché, dal suo cucuzzolo isolato, ama scendere spesso in città, si impongono con convinzione. Distanza intellettuale e immersione fisica, amore e odio, notte e giorno. Inutile elencare i contrasti che attraversano un album del genere. Tanto utile è invece suggerire l’ascolto del rapper che più di tutti sembra aver perfezionato l’uso della parola per raccontare il proprio pazzo, polisensoriale, poetico universo espressivo.
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