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Porterò fiori al cimitero del mio cuore / Per tutti i miei amanti nel presente e nell’oscurità / Ogni anniversario, porterò il mio rispetto e dirò che mi dispiace / Perché non hanno mai avuto una chance, come se fosse possibile / Quando nessuno sa cosa vuol dire essere noi
È la prima strofa di Strangers By Nature, l’opener del nuovo disco di Adele, ed è subito chiaro che anche questa volta saranno lacrime, vite fragili e situazioni difficili a dare all’arte la creta per creare. Strangers By Nature è anche un omaggio concepito assieme al compositore Ludwig Göransson a Judy Garland filtrata attraverso il film Death Becomes Her (orribilmente tradotto in “La morte di fa bella” nella versione nostrana). Ed è seguita subito da Easy On Me, la ballatona per pianoforte e voce che è stata scelta come singolo di lancio e che ricorda da subito i classici pezzi dell’Adele di sempre. Ma risulta anche uno dei più deboli del lotto, come se fossero la ripetizione un po’ della stessa canzone da troppi anni a questa parte. Non che si tratti di un brano del tutto da buttare: funziona. Il fatto è che rispetto alle volte precedenti, in 30 Adele azzarda qualcosina in più e mostra che dietro alla vociona e al cuore-spezzato-che-diventa-canzone c’è anche altro.
Come sempre, nonostante una apparente voglia di riservatezza, Adele ci fa sapere come questo disco si incisti nella sua personale biografia. Ora, a 33 anni, è il momento del divorzio e del ritorno in UK ed è la storia perfetta per il più classico dei comeback album (sono passati sei anni da 25) dopo un periodo buio. My Little Love, brano hollywoodiano, perfetto per una scena da nightclub malfamato, ci dice che lei terrà duro, perché insomma: ci sono i figli da accudire. Finalmente, passata la doppietta Easy On Me/My Little Love le cose cominciano a farsi interessanti. Si parte con un dancehall speziato di black e caraibi, seppure funestato da un coro in vocoder, e si prosegue con il folk di Oh My God che ci riporta subito agli anni Novanta e Shania Twain: funziona, grazie anche alla misura dei gorgheggi. Adele sembra volere lasciare che le cose vengano fluide, senza forzarle. Fosse un’atleta, si direbbe che “sa aspettare la partita”.
Gli anni Novanta, in particolare, quelli di Eagle Eye Cherry, tornano anche nella successiva Can’t I Get It: manca la melodia memorabile (fattore sempre decisivo per un’artista così pop), ma scorre via veloce e ce la immaginiamo già remixata per la stagione estiva del clubbing in spiaggia. I Drink Wine è classica Adele che vuole “smettere di essere qualcun altra” e che si srotola sul pianoforte. Dopo l’intermezzo di All Night Parking (citazione Amy Winehouse con un tocco hip hop tra Nineties e ’00) parte la scura Women Like Me che, al netto dell’autocommiserazione, è uno dei brani più riusciti dell’album, una storia di disperazione e colpe che si appoggia su un arpeggio di chitarra e un andamento da puro R’n’B, anche qui con un tocco 90s dalle parti dei Fugees. Qui Adele, senza inventare nulla, mostra come potrebbe usare la sua qualità vocale (la tessitura naturale e la flessibilità) per trasmettere anche calore, smarrimento, insomma allargare la tavolozza delle emozioni che riesce a stimolare con il canto.
È un’impressione che si conferma nell’intro della seguente Hold On, ancora una volta brano dalle tinte black, dove il controllo sull’emissione dà corpo a un brano fatto praticamente di niente (piano, voce e coro) che poi esplode in un crescendo Motown, che è una delle cose migliori che abbia mai scritto e cantato. Si ritorna alla vecchia Adele, quella che deve spingere a più non posso con la voce per To Be Loved. Che farà struggere i fan, ma che musicalmente è solo un esercizio di stile sulla ballata. Più interessante, invece, la conclusiva Love Is A Game, che attacca quasi da canzone di Broadway, come se Adele mettesse i panni del crooner. Ed è uno dei brani più equilibrati, dove dolcezza, controllo, potenza, arrangiamento e sviluppo trovano la summa del disco in sei minuti a cavallo tra R’n’B, pop, musical e sì, l’impressione è che dentro Adele si agiti un piccolo Elton John.
Disco diseguale, che da un parte accontenta i fan riproponendo brani che confermano la formula vincente, ma anche un’apertura a territori nuovi (per lei), con qualche divertente citazione anni Novanta. Un disco che spariglia alcune delle carte e che sarebbe piaciuto a George Michael. Forse c’è un’altra carriera davanti ad Adele, che non è quella di cantare sempre della propria disperazione e della propria fragilità. Pare che ci sia anche un’anima forte, musicalmente parlando, che non ha bisogno – quasi paradossalmente – di essere urlata fuori a pieni polmoni.
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