Recensioni

Dallo stesso “mental space” da cui proviene il suo recente graphic novel War And Paradise, ma senza che il disco sia una colonna sonora del fumetto (dichiarazioni sue), esce questa nuova raccolta di canzoni dell’autore di Friends of Mine, il quale pur nella varietà di discipline in cui si esprime felicemente (vedi gli apprezzamenti ricevuti per i suoi due film), conferma le sue qualità di cantautore.
Arrangiate in modo essenziale (chitarra acustica, sezione ritmica e archi), le nove canzoni di Engine of Paradise affrontano, rispetto al fumetto, temi più personali, anche se il discorso tra il soggetto e il mondo risulta differente, la contemporaneità è al centro di entrambi (vedi «I just freeze my love because technology is changin’ me» dal singolo Freeze My Love). Con uno stile folk-pop che rievoca l’innocenza degli anni ’50 e ’60 ma col consueto retrogusto amaro dietro al sorriso di lieve follia che gli è tipico, Green è meno frizzante dei vicini Vampire Weekend anche per questioni di timbro vocale: nell’equilibrio tra bizzarria e profondità, Konig mette l’accento sull’elemento follia mentre lui è più suadente e confidenziale e sposta il peso di due grammi verso la malinconia. Sempre a proposito di dischi usciti quest’anno, anche l’ultimo Springsteen si affida agli archi per i suoi recenti canti di disillusione e amarezza ma con una spaziosità cinematografica che all’ex-Moldy Peaches manca.
Ecco, mentre il talento e l’ispirazione sono a buoni livelli (qualcuna suona un po’ facile ma in generale le canzoni funzionano: dal fingerpickin’ dell’iniziale title track e Escape From This Brain a una Let’s Get Moving che ricorda The Loving degli XTC), la produzione dell’album pecca un po’ di chiusura: c’è poca aria tra gli strumenti e intorno a loro, è un suono “da camera” ma un po’ troppo. Forse sarebbe servito un po’ più di amalgama tra strumenti, che invece stanno ognuno al suo posto a suonare sempre uguali, anche bene, ma il risultato è che queste canzoni sembra siano state arrangiate con una formazione predefinita e non secondo le esigenze dei brani stessi (una canzone come ad esempio la Friends of Mine che dava il titolo al disco ricordato in apertura, aveva tutt’altra dinamica), fatta eccezione per la conclusiva Reasonable Man (con tanto di Florence ai cori) che invece risulta felicemente mossa. Con qualche difetto ma, come dicevamo, una buona conferma.
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