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Il teaser Taipei rilasciato non più di un mese fa ha creato non poca curiosità attorno a Wild Light, release in full lenght numero sei per una band arrivata ai dieci anni di carriera. Due erano gli aspetti che più incuriosivano: la forte presenza delle chitarre nelle immagini dallo studio di registrazione – con addirittura scene di archetti a strofinare le corde degli strumenti –  e le derive elettroniche iniziate con We Were Exploding Anyway, continuate nel successivo eppì Heavy Sky e culminate nella poco esaltante sonorizzazione di Silent Running.

L’opener Heat Death Infinity Splitter – ripresa poi nella conclusiva Safe Passage – è spiazzante: il brano rievoca le sonorizzazioni più sintetiche composte da Vangelis per le numerose colonne sonore, ha un suono massiccio e corposamente elettronico; solo con la successiva Prism si inizia a capire dove andrà a parare il sound dei 65daysofstatic: tolte le esplosioni e i frenetici muri sonori a cui il gruppo ci aveva abituati, la continuità è rappresentata solamente dall’incalzante incedere della batteria di Rob Jones. Tastiera e chitarre si intrecciano in un connubio di giochi di volumi e di inserimenti graduali con apice nella doppietta Taipei/Unveil The Wild Light, dove la band piazza il paio di melodie a presa rapida alla God Is An Astronaut.

Accade di rado che nel panorama post-rock una band possa stupire in positivo per un rinnovamento nel proprio percorso artistico: come con Kveikur per i Sigur Rós, in Wild Light ritroviamo un gruppo che ha saputo evolversi da una forma multisfaccettata di musica, farne sintesi e fondere il bagaglio di esperienze accumulato nel lavoro più solido e maturo della propria carriera. Un disco capace di essere evocativo senza trucchi o troppo mestiere. Non è da tutti.

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