Recensioni

Fa un certo effetto recensire Lucas Santtana, dopo averlo incontrato e ascoltato in concerto prima della proiezione dell’abbagliante documentario Tropicália (andatelo a vedere). Non per questioni squisitamente personali, discorsi episodici aneddotici esperienze inenarrabili di condivisione, ma perché ora che l’associazione con quella linfa vitale è fatta, iacta est: è operazione chirurgica isolare la musica del Lucas dal tropicalismo, da quella gioia ed energia trascinante, e dalla leggerezza romantica che la persona comunica. Ci proviamo quanto meno – è nelle nostre corde – per posizionare O Deus Que Devasta Mas Também Cura rispetto agli episodi precedenti di Santtana, e specialmente al più significativo di essi, Sem Nostalgia, perfetto set di scritture post-tropicaliste, con melodie e arrangiamenti direttamente provenienti da quell’approccio sincretico che Caetano, Gil, Mutantes tra gli altri esercitavano con la nonchalance del talento di una comunità intera.
Lucas sorprende per la stessa disinvoltura con cui ci colpivano i protagonisti dell’onda tropicale. Con O Deus Que Devasta… tenta però meno la strada della bossa (tranne in casi quali Dia de Furar Onda no Mar, sciolti in produzione con elaborata stanza dei bottoni) e più la ricchezza dell’arrangiamento, dell’orchestrazione, e della canzone (e della figura del cantautore) in tutta la sua variabilità transoceanica che porta poi alla tradizione del rondò, pur con le inconfondibili note che escono solo a chi proferisce portoghese brasiliano (la title-track). Allo stesso Santtana, parole sue, un brano come É Sempre Bom Se Lembrar sembra musica italiana (dei nostri sessanta, aggiungeremmo noi, e mai più del cantautorato odierno).
Mancano forse i momenti avvincenti di Sem Nostalgia (come quelli strumentali, da heavy rotation, vedi Super Violão Mashup o Recado Para Pio Lobato) ma la penna è in assoluta evidenza, pronta a essere agghindata senza perdere la propria natura. Altra chiave – per chiudere – di lettura. Lucas Santtana sa fare cose semplici che semplici poi non sono (scrivere canzoni) e attorno allo scheletro pulsante metterci carne e pelli colorate, senza però far perdere di vista le ossa che si dimenano.
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