Se la settimana scorsa a livello di uscite pareva avessimo già scavallato, questa è forse finora una delle più intense dell’anno. Non che abbiamo per le mani e nelle casse dello stereo uscite stra-famose a livello di massa. I dischi che segnano i ritorni di Tyler The Creator e Sault sono quelli più noti a livello internazionale, quello di Side Baby lo è nel mercato italiano, per capirci. Il resto però, come al solito quando il mercato gira bene, è rappresentato da una generosa manciata di dischi che, ognuno nella propria nicchia, ci fanno ripiombare addosso il FOMO, ovvero l’ascolto compulsivo di tutte quelle uscite che rischieresti altrimenti di perderti. Culti che verranno osannati domani, o semplicemente musica urgente in grado di parlarti dal buco della serratura, proprio come se fosse stata fatta per te e te soltanto.
Posto che il buon Tyler, a un primo ascolto, ha fatto un altro di quei dischi da far girare la testa, qualcosa tra art e dark rap perso in qualche stazione radio che manda exotica come se non ci fosse un domani (e un primo giudizio a caldo lo trovate nella pagina dedicata al disco, Call Me If You Get Lost), e appurato che i Sault, con quel fare laboratoriale e free, tra jam band e produzione very london, si confermano il segreto peggio custodito del pianeta, anche qui in senso buono (e del loro NINE parliamo nel post dedicato), i primi dischi di cui vi vorremo parlarvi rispondono ai titoli di Hope, How much time it is between you and me?, e Icons, ma andiamo con ordine.
Hope è il disco dei Ceramic Dog di Marc Ribot (chitarre e voce), Shahzad Ismaily (basso, testiere e backing vocals) e Ches Smith, un lavoro di alto livello in grado di mescolare poesia, satira sociale e riflessioni esistenziali con un funambolico ed esplosivo mix di funk, free jazz, noise rock, jazz punk e improvvisazione. E sono le parole di Massimo Onza che lo ha recensito. A proposito di free jazz, inteso però in un’accezione cosmica, vischiosa e sospesa, Icons è il disco che segna il ritorno dell’imbattibile drumming di Eli Keszler, che qui, a dire il vero, si concentra maggiormente sul groove e sui synth piuttosto che sul suo divin percuotere. E a proposito di ambient, di quella tutt’altro che soporifera, How much time it is between you and me? è il disco di Perila, forse uno dei più incisivi dell’anno in quest’ambito. Un viaggio introspettivo negli angoli più reconditi dell’anima, una catarsi psichica che sa farsi velluto, e rubiamo le parole dalla nostra pagina dedicata, a cui vi rimandiamo. Anche gli Island People si difendono bene con la loro dozzina di impeccabili bozzetti d’atmosfera. Il lavoro risponde a un titolo puramente numerico – II – ed è stato pubblicato un paio di settimane fa da Raster-media.
Discorso a parte va fatto per Blak Saagan, il cui Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo, pubblicato da Maple Death Records, rappresenta – nelle parole di Pifferi – un concept visionario e oscuro, una colonna sonora immaginaria dei 54 giorni che cambiarono l’Italia, ovvero il rapimento Moro. E sempre rimanendo in Italia, anche Nazarin e Giungla, nei loro rispettivi ambiti, se la cavano più che degnamente nei loro 1981 (rock, cantautorato e blues cupo) e Turbulence (synth-pop-rock). Entrambi approfonditi ai relativi link.
Ma c’è veramente da perdersi in questo weekend di uscite che spaziano dal black & doom dei Darkthrone di Eternal Hails…… al prog, perlomeno nell’accezione di uno che viene dal macrocosmo dell’EDM come Gaspard Augé, metà dei Justice. Del suo Escapades si è occupato Marco Braggion, che ce ne parla in termini positivi. E non ci dimentichiamo neppure di Home Video di Lucy Dacus, una delle nuove leve folk più dotate e promettenti qui alla prova del nove, e Boy from Michigan dello stagionato John Grant, che Marco Boscolo definisce come la prova in cui avviene la sua definitiva maturazione come autore.
Sul lato elettronico, mentre un Sasu Ripatti su Planet Mu si diverte con il suo giocattolo turbo footwork (Fun is Not a Straight Line), Daniel Avery scandaglia spazi e ombre con la sua squadrata visione tecnoide (Together In Static, recensione di Daniele Rigoli) e Kevin Richard Martin decide di sonorizzare il capolavoro di Andrej Tarkovskij (Return to Solaris).
Trovate il dettaglio completo delle uscite (sono più di trenta) nella nostra sezione Weekly.