Recensioni

7.5

Il ritorno del chitarrista Marc Ribot alla guida dei Ceramic Dog, assieme al batterista Ches Smith e il polistrumentista Shahzad Ismaily, in apparenza appare meno politicamente frontale rispetto al suo predecessore YRU Still Here?, nonché più come un sincero anelito di speranza di poter tornare alla normalità. In apparenza, dicevamo, perché, a giudicare dall’urgenza dettata dalle restrizioni dovute alla pandemia (il disco è stato registrato a maggio 2020), il significato della parola Hope del titolo contiene in realtà anche forti dosi di pungente satira sociale degna dei Dead Kennedys, e nondimeno visioni spettrali e disarmanti dell’industria dello spettacolo nell’attuale “epoca della sua riproducibilità tecnica”.

I sentori belli forti della prima passano per The Activist, schizzato spoken word che frizza su un funk dinoccolato, snocciolando i frustranti limiti di molti attivisti politici, dediti più a gonfiarsi il petto con frasi altisonanti che ad agire per cambiare realmente le cose; mentre i drammatici tratteggi delle seconde riempiono la cupa scrittura di B-Flat Ontology, triste resoconto della fauna artistica e culturale odierna che sgomita nell’inutile ricerca di visibilità e successo: un testo notevole con cui Ribot piazza il suo marchio su reminiscenze à la Tom Waits che incontrano gli incubi dei Bad Seeds; un brano da affiancare ai momenti più riusciti del suo songwriting, quali la notevole Lies My Body Told Me che apriva l’album Your Turn del 2013.

Il caleidoscopio sonoro a cui ci hanno abituato i tre è, ovviamente, ancora più ampio, e anche in questo caso continua a colpire con un funambolico mix di jazz, funk, noise rock, psichedelica e improvvisazione, e senza farsi mancare un pizzico di groove in levare (Nickelodeon). Un impasto in cui spiccano inoltre il surrealismo psichedelico graffiato dal lancinante sassofono di Darius Jones di They Met In The Middle; il lirismo strumentale di The Long Goodbye, lunga jam che scivola tra distensioni poetiche ed enfatici assalti di sei corde; una Maple Lif Rage – ospiti i violoncellisti Rubin Khodeli e Gyda Valtysdottir – che innesta esplosioni dalla grana grossa su ottime rarefazioni destrutturate, arrivando a lambire i collettivi post-rock canadesi di casa Constellation. Un climax trascinante che chiude in ottimismo con una personale versione della stupenda Wear Your Love Like Heaven di Donovan, qui totalmente trasformata in un magnetico spoken word per oblique sospensioni free, arricchito da sapori blues ed eleganti tocchi psichedelici.

Disco di alto livello e particolarmente riuscito che se non bissa l’eccezionale tiro di Your Turn, poco ci manca.

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