Thom Yorke
Thom Yorke, still dalla performance per “Letters Live” (2021)

Thom Yorke rompe il silenzio su Gaza: “Netanyahu va fermato. Ma anche Hamas usa il dolore in modo cinico”

Tra accuse di complicità e social media tossici, il frontman dei Radiohead riflette sulla guerra, l'estremismo e la speranza.

Mentre 300 artisti firmano una lettera indirizzata al governo di Sua Maestà – “Siete complici degli orrori in corso a Gaza” – Thom Yorke rompe a sua volta il silenzio, condividendo una serie di riflessioni. Da mesi il frontman dei Radiohead e degli Smile era oggetto di critiche per la sua mancata presa di posizione pubblica sul conflitto in corso tra Israele e Palestina. Una pressione acuita dalla vicinanza personale e artistica del suo storico collaboratore Jonny Greenwood con il mondo israeliano. Ora, Yorke decide di parlare. E lo fa nel suo modo.

Un tizio che mi ha urlato addosso dall’oscurità lo scorso anno, mentre stavo raccogliendo una chitarra per cantare da solo l’ultima canzone di fronte a 9.000 persone a Melbourne, non mi è sembrato proprio il momento migliore per discutere della catastrofe umanitaria in corso a Gaza. Successivamente sono rimasto scioccato dal fatto che il mio presunto silenzio potesse essere interpretato come complicità, e ho faticato a trovare un modo adeguato per rispondere a questo e portare avanti il resto dei concerti del tour

Yorke racconta lo straniamento, il senso di colpa, la difficoltà di trovare parole all’altezza di una tragedia che lacera da ogni lato. Ma rivendica il suo silenzio non come ignavia, bensì come atto di rispetto. Un rispetto che, dice, è stato strumentalizzato.

Quel silenzio, il mio tentativo di mostrare rispetto per tutti coloro che soffrono e sono morti, e di non banalizzare tutto con poche parole, ha permesso ad altri gruppi opportunisti di usare intimidazione e diffamazione per colmare i vuoti, e mi rammarico di aver dato loro questa possibilità. Questo ha avuto un peso enorme sulla mia salute mentale

La sua musica, le sue scelte estetiche e politiche – sembra voler dire – parlano da sempre contro la disumanizzazione. Chi lo accusa di collusione, secondo Yorke, ha letto tutto al contrario.

Spero che per chiunque abbia mai ascoltato una nota della musica della mia band o di qualsiasi altra mia creazione, o guardato le opere visive o letto i testi, sia evidente che non potrei mai sostenere alcuna forma di estremismo o deumanizzazione degli altri. Tutto ciò che vedo in una vita di lavoro con i miei compagni musicisti e artisti è un continuo andare contro queste cose, cercando di creare opere che vadano oltre ciò che significa essere controllati, costretti, minacciati, soffrire, essere intimiditi… e invece incoraggiare il pensiero critico oltre i confini, la comunanza dell’amore e dell’esperienza e la libera espressione creativa. Suona ingenuo… ma è la verità.

Poi, una presa di posizione netta: contro l’attuale governo israeliano, contro le sue mire espansionistiche, contro l’uso della paura come scudo politico.

Penso che Netanyahu e la sua banda di estremisti siano completamente fuori controllo e debbano essere fermati, e che la comunità internazionale debba esercitare tutta la pressione possibile su di loro perché cessino. La loro scusa della legittima difesa ha da tempo perso credibilità ed è stata sostituita da un desiderio trasparente di prendere il controllo permanente di Gaza e della Cisgiordania. Credo che questa amministrazione ultranazionalista si sia nascosta dietro un popolo terrorizzato e in lutto, usandolo come scudo per deviare qualsiasi critica, sfruttando quella paura e quel dolore per portare avanti la propria agenda, con conseguenze terribili, come vediamo ora con il blocco orribile degli aiuti a Gaza.

Ma a chi ripete lo slogan “Free Palestine” senza fare i conti con le ombre di Hamas, Yorke chiede di non voltarsi dall’altra parte.

Allo stesso tempo, il ritornello acritico ‘Free Palestine’ che ci circonda non risponde alla semplice domanda: perché tutti gli ostaggi non sono ancora stati restituiti? Per quale possibile motivo? Perché Hamas ha scelto gli atti davvero orribili del 7 ottobre? La risposta sembra ovvia, e credo che anche Hamas scelga di nascondersi dietro la sofferenza del suo popolo, in modo altrettanto cinico e per i propri fini.

Poi la riflessione si sposta sulla violenza simbolica che si consuma ogni giorno online, nella polarizzazione cieca, nella richiesta ossessiva di posizionamento, nell’illusione che una story su Instagram possa cambiare la Storia.

Le cacce alle streghe sui social media (niente di nuovo) da parte di entrambi gli schieramenti che mettono sotto pressione artisti e chiunque capiti a tiro quella settimana perché rilascino dichiarazioni, fanno ben poco se non aumentare la tensione, la paura e l’ipersemplificazione di problemi complessi che meriterebbero un vero dibattito, faccia a faccia, tra persone che vogliono sinceramente che le uccisioni cessino e si trovi comprensione. Questo tipo di polarizzazione deliberata non serve i nostri simili e perpetua una mentalità costante di ‘noi contro loro’. Distrugge la speranza e alimenta il senso di isolamento, proprio quegli elementi che gli estremisti usano per mantenere il loro potere. Comprendo pienamente il desiderio di ‘fare qualcosa’ quando assistiamo a sofferenze così orribili sui nostri dispositivi ogni giorno. Ha perfettamente senso. Ma ora penso che sia un’illusione pericolosa credere che ripubblicare, o inviare messaggi di una o due righe, sia significativo, specialmente se serve a condannare altri esseri umani. Ci sono conseguenze impreviste. È gridare dall’oscurità. Non è guardare le persone negli occhi quando si parla. È fare supposizioni pericolose. Non è dibattito e non è pensiero critico. Importante: è aperto a manipolazioni online di ogni tipo, meccaniche e politiche. Qual è l’alternativa? Non posso rispondere facilmente. So che in molte comunità del mondo questo tema è ora pericolosamente tossico e siamo in acque inesplorate. Dobbiamo tornare indietro.”

La chiusura è una preghiera laica, un auspicio che sembra riportare Yorke alla sua essenza: artista fragile e visionario, sempre in cerca di qualcosa che tenga insieme la bellezza e il dolore del mondo.

Sono certo che, fino a questo punto, quanto ho scritto non soddisferà affatto coloro che scelgono di prendere di mira me o chi lavora con me, passeranno il tempo a trovare falle e a cercare motivi per continuare: siamo un’opportunità da non perdere, senza dubbio, da entrambe le parti. Ho scritto tutto questo nella semplice speranza di potermi unire ai milioni di altri che pregano affinché questa sofferenza, questo isolamento e questa morte finiscano, pregano affinché possiamo collettivamente riconquistare la nostra umanità e dignità e la capacità di raggiungere la comprensione… affinché un giorno presto questa oscurità sia passata.”

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