All’indomani della cerimonia che ha decretato i vincitori dell’ultima edizione dei GRAMMY lasciandoli a bocca asciutta, i Måneskin incassano la stroncatura più cocente e importante tra quelle finora scritte sul loro conto.
Il loro terzo album, Rush!, è stato stroncato dal portale musicale tra i più influenti al mondo con un secco 2 e una recensione che ne smonta la proposta, vuoi musicalmente, vuoi dal punto di vista dei testi e dell’immaginario. Parliamo di Pitchfork, che si accoda così alle grosse perplessità espresse dallo statunitense Anthony Fantano sul suo canale Youtube e alla critica che Stereogum – sempre lato USA – fece in tempi non sospetti, quasi due anni fa, all’altezza del boom di streaming della cover Beggin’.
La recensione del giornalista di stanza a New York Jeremy D. Larson (che oltre che con Pitchfork ha già una lunga lista di collaborazioni all’attivo con RS America, Time, NME, Billboard ecc.), parte come da tradizione del portale con un lungo preambolo sulla loro carriera fin qui, domandandosi retoricamente quale alternativa dovrebbe rappresentare una «traditional rock band» come la loro. Li definisce «terribili ad ogni livello», sia per la voce di Damiano, sia per i testi senza immaginazione, sia per una proposta musicale definita «monodimensionale». Il loro è un «rock album che suona peggio più si alza il volume», e così via.
Absolutely terrible at every conceivable level https://t.co/gkh6Kobsuy
— Pitchfork (@pitchfork) February 7, 2023
Tra i brani presi in considerazione non poteva non esserci Cool kids, già duramente criticato da Fantano e pure dalle nostre parti («sounds like a Tory version of Mark E. Smith shouting over the Vines») e Beggin, il cui successo globale viene definito «un’anomalia» e un «contenuto senza significato», e fa l’esempio dei Nirvana come termine di paragone: «I Måneskin non sono la band che arrivava a spazzar via l’hair metal, il loro successo viene da un talent e dagli algoritmi».
Il nostro punto di vista lo abbiamo espresso in un post dedicato, per la recensione completa di Pitchfork vi rimandiamo all’articolo di Larson.
