Ifpi - Global Music Report 2024
Il poster pubblicato da Ifpi - Global Music Report 2024

L’Ifpi e Spotify dichiarano guadagni e finanziamenti record

A livello corporate le cose vanno sempre meglio, per gli artisti vale ciò che denunciava all'epoca Thom Yorke che poi è quello che sta dicendo in questi giorni James Blake

Con l’avvento di Internet le regole dell’industria discografica (e non solo) sono radicalmente cambiate dando vita a un nuovo modo di distribuzione della musica che, di riflesso, ne ha condizionato fruizione e guadagni. Di questo ne sa qualcosa la piattaforma leader sul mercato, Spotify, che dal suo esordio nel 2012 a oggi, è stata al centro di critiche e polemiche in merito alla redistribuzione del denaro ricavato dai suoi servizi. Accuse di introiti ridicoli che sono state mosse tanto da artisti indipendenti quanto da quelli più affermati.

Nonostante questo, e i cospicui tagli al personale nel settore delle DSP degli scorsi mesi, pare che la musica non sia mai stata così bene come adesso e ad affermare ciò è proprio l’azienda di Daniel Ek. Secondo Loud & Clear (il rapporto annuale sul binomio soldi e streaming di Spotify), tra artisti, etichette, publishing e diritti d’autore, nel 2023 siano stati corrisposti più di 9 miliardi di dollari al mondo dei discografici e, sempre dal report, si evince che dal 2017 il numero degli artisti in grado di generare ricavi di un certo spessore sono quasi triplicati grazie al colosso di streaming (un dato, quest’ultimo, che tocca sia gli artisti più affermati sia quelli meno conosciuti).

A confermare lo stato di salute dell’industria musicale è anche il Global Music Report 2024 dell’Ifpi [International Federation of the Phonographic Industry ndr.] secondo il quale nel 2023 si è raggiunto un fatturato mondiale di 28,6 miliardi di dollari, una cifra che si deve soprattutto all’enorme numero di abbonati (più di 667 milioni) ai servizi di streaming di musica. Si tratta di un incremento collettivo che tocca ogni angolo del Globo: dall’Africa sub-sahariana (che ha registrato un aumento dei ricavi del 24,7%), all’Australasia (10,8%) passando per l’America Latina (19,4%) e l’Europa che, con un aumento dell’8,9%, è divenuta la seconda regione al mondo per fatturato musicale.

Se questa è la fotografia dello stato delle cose a livello corporate, sul piano dei musicisti che non rientrano in quella ancora minuscola fetta che da questo sistema ha un effettivo tornaconto (a partire dai soliti Taylor Swift, Drake, Travis Scott ecc.), la pratica dei fatti mostra una realtà ben lungi dal considerarsi sostenibile.

L’ultimo ad affrontare l’argomento è stato James Blake che riprendendo i dati sugli iniqui pagamenti delle DSP, e sulla distribuzione dei ricavi tra artista, etichetta e management, ha denunciato la sostanziale impossibilità per la gran parte degli artisti di sostentarsi con la musica che producono né di poterla finanziare adeguatamente (e ci riferiamo a costi come studi di registrazione, personale ecc.).

Un paradosso (che a ben vedere non è) se pensiamo che la musica che settimanalmente esce sulle piattaforme di streaming a tutti i livelli è sempre maggiore. Daniel Ek lo aveva detto in passato, e il consiglio vale tuttora: gli artisti devono darsi da fare e produrre più musica, più musica vuol dire più (iniqui) introiti.

Va da sé che a queste condizioni, anche considerando la complessa questione che riguarda i live (scarsità di venue, tour estenuanti, anche lì pochi ricavi, salute mentale), la qualità dell’output non può che risentirne e questo vale anche per la fruizione: più musica corrisponde a meno attenzione e meno qualità nell’ascolto, con sempre più abbonati a servirsi di playlist e dunque adottare una modalità sempre più omologata e passiva di fruirne. Il tutto dominato dai numeri e dal culto del (giovane di) successo, alla faccia della Generation X per la quale il principale dei problemi era il successo.

Tracklist

Ti potrebbe interessare