Dopo le controverse dichiarazioni del CEO Daniel Ek a proposito delle best practice per l’utilizzo delle piattaforme streaming da parte degli artisti, Spotify torna a far discutere e parecchio. Oggetto delle critiche è una nuova funzione nominata Discovery – attualmente attiva solo sul suolo statunitense – che promette di dare maggiore visibilità su playlist e Spotify Radio agli artisti che la attivano, in cambio di una decurtazione delle royalties.
La percentuale in oggetto non è stata riferita ma Charleton Lamb, capo della sezione marketing, ha affermato che l’azienda ha individuato necessari compromessi per invogliare label e artisti ad attivarla. Come riportato nel blog ufficiale di Spotify, la soddisfazione degli ascoltatori è considerata dalla multinazionale prioritaria e pertanto le tracce, a seconda della performance che otterranno, continueranno a rimanere presenti nei servizi per i quali sono state richieste.
Immediate le reazioni sui social da parte di una vasta comunità di utenti. Su Twitter, ad esempio, è partito l’hashtag di pancia #fuckspotify. Mentre sul fronte sindacale va senz’altro menzionata la petizione lanciata dalla Union of Musicians and Allied Workers che riunisce musicisti, DJ, produttori e lavoratori (ma anche tecnici e addetti alla logistica), che chiede al colosso dello streaming di alzare i pagamenti agli artisti e di fornire una maggiore trasparenza su tutte le questioni riguardanti le royalties.
Le preoccupazioni del settore sono ben giustificate. Facendo un po’ di conti spannometrici, a fronte di un uso massiccio del Discovery mode da parte di quel 1% di artisti che già posseggono il 90% del mercato dello streaming, il divario che li separa dalla stragrande maggioranza di musicisti e band indipendenti non può che aumentare, così come quest’ultimi potrebbero trovarsi costretti ad avvalersi della nuova modalità scegliendo così di sottostare ad un meccanismo che ha tutto l’aspetto di una spirale al ribasso.