Kurt Cobain
Kurt Cobain, still da "Mtv Unplugged in New York" dei Nirvana (1994)

Douglas Coupland: «All’epoca di Kurt Cobain il successo era il fallimento sotto mentite spoglie»

Douglas Coupland è stato intervistato dal settimanale Robinson nell’ambito di uno speciale dedicato a Kurt Cobain in occasione dei 30 anni dalla morte che decorrerà il prossimo 5 aprile.

Si tratta di un numero monografico da collezione con i contributi, tra gli altri, del compianto Ernesto Assante (due articoli d’archivio scritti all’indomani della scomparsa del frontman), di Gino Castaldo (che ripercorre i suoi Last Days) e della sociologa Francesca Coin (che analizza affinità e divergenze tra la La fine della storia e la contemporaneità), e un paio di interviste-approfondimento, quella al manager dei Nirvana Dannie Goldberg e quella appunto all’autore del celebre Generazione X, il più noto romanzo sulla generazione dei nati tra il 1965 e il 1980, ovvero quella in mezzo tra baby boomer e Generazione Y (o Millennials).

Lo scrittore canadese non afferma certo cose nuove dicendo che negli anni ’90, al contrario di quelli in cui viviamo ora, avere successo per un artista era peggio di un problema, coincideva anzi con il “fallimento sotto mentite spoglie”. Il riferimento è naturalmente a Kurt Cobain, e alla scena grunge in primis, ma è estendibile a tutti gli ambiti della creatività vissuti da quella specifica generazione.

Negli anni ’90 la cosa peggiore era “svendersi”. Difficile spiegarlo nel 2024. La riassumerei così: per la Generazione X “il successo era il fallimento sotto mentite spoglie. All’epoca di Kurt Cobain, se facevi qualcosa che piaceva alle masse era un problema. Oggi, invece, l’unico metro di giudizio sono i click, i numeri e soltanto quelli. Inoltre l’arte oggi si qualifica come un’esperienza purificata da disagi e sofferenze. Insomma, il mondo capovolto. O forse, una sorta di inferno
Douglas Coupland

Per Douglas Coupland, un po’ come per il nostro Stefano Solventi, l’Unplugged In New York e la morte di Kurt Cobain hanno rappresentato un evento spartiacque per diversi motivi. Per lo scrittore canadese Kurt Cobain era la “voce recondita e oscura” che annunciava l’addio ad uno stato di grazia musicale e culturale che aveva attraversato quattro decenni (quelli dal dopoguerra in poi). La fine di un “nirvana” percepito come qualcosa di “troppo bello per durare all’infinito”, con serie tv come Friends o band come Spice Girls a preannunciare un futuro maggiormente disimpegnato in cui l’arte avrebbe separato la propria strada dalle emozioni negative, disagio e sofferenza in primis, da sempre combustibile del maledettismo rock.

“Prima che appaltassimo la nostra cognizione a Internet e alle memorie “cloud”, Cobain era lì a preannunciare la fine di un’era e con la sua morte ne è appunto iniziata un’altra più aderente ai numeri, alle statistiche, al marketing e a concetti come quello di visibilità, sinonimo di un desiderabile successo.

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