A breve distanza dall’ultimo taglio del 6% a gennaio e da quello del 2% a maggio, Daniel Ek, l’imprenditore svedese fondatore e CEO di Spotify, ha annunciato il licenziamento del 17% della forza lavoro. Secondo il Financial Times l’azienda impiega circa 9000 persone, dunque stiamo parlando di circa 1.500 lavoratori lasciati a casa, numero che va a sommarsi ai 400 di gennaio e ai 200 di maggio.
In una dichiarazione interna all’azienda Ek ha riconosciuto che la scelta potrebbe sorprendere, dato l’aumento di introiti registrato di recente. Nel report sul terzo trimestre del 2023 si legge che Spotify ha raggiunto un aumento dei profitti dell’11% per arrivare al capitale di 3,6 miliardi di dollari. Il guadagno netto ante oneri finanziari ammonta a 34 milioni di dollari.
Tuttavia la compagnia ha anche perso 462 milioni di dollari netti nei primi nove mesi del 2023. Ek ha spiegato che le perdite sono dovute ai grossi investimenti fatti tra il 2020 e il 2021, durante la pandemia da coronavirus, periodo da cui il settore della tecnologia aveva tratto benefici a causa delle restrizioni.
Ma come accade ad altre grandi aziende tecnologiche, dopo la fine delle restrizioni si fanno sentire gli effetti della crisi economica globale, in questo caso particolare una diminuzione degli introiti provenienti dalle inserzioni pubblicitarie, principale fonte di reddito per questo settore. “Abbiamo discusso se fare tagli più piccoli nel corso del 2024 e del 2025”, dice Ek, “ma considerando il distacco tra i nostri obiettivi finanziari e i nostri attuali costi operativi, ho deciso di fare un’azione sostanziale per raggiungere i nostri obiettivi”.
Spotify ha rivoluzionato il nostro modo di ascoltare musica: ha reso disponibile a chiunque alla modica cifra di dieci euro al mese un archivio sconfinato che si potrebbe spendere tutta la vita ad ascoltare senza finirlo. Ma non è esente da critiche. È un colosso che si comporta come una multinazionale senza scrupoli, anche dal punto di vista di profittevoli (eppur discutibili) investimenti. Dal punto di vista squisitamente musicale ci sarebbe inoltre da obiettare sugli algoritmi che premiano un numero esiguo di artisti, oppure sui meccanismi di assegnazione dei compensi che penalizzano gli emergenti. I difetti ci sono. Sta a noi capire quanti ne vogliamo sopportare prima di disattivare l’abbonamento e disinstallare l’app.
Nel frattempo Spotify ha lanciato l’ultima edizione di Wrapped, svelato gli album, artisti e singoli più ascoltati nel 2023, e introdotto un cambiamento nei pagamenti: le canzoni sotto i mille ascolti l’anno non percepiranno più alcun compenso.