Lo scorso mese aveva fatto notizia la vendita di Bandcamp da parte della nota casa di sviluppo di videogiochi Epic Games a Songtradr, piattaforma B2B nata per facilitare la concessione in licenza di musica tra e a una pluralità di soggetti.
L’azienda di Unreal e Fortnite, che l’aveva acquistata neanche due anni fa, aveva condiviso l’annuncio unitamente la decisione di lasciare a casa 830 dipendenti, circa il 16% della propria forza lavoro, e questo per concentrarsi unicamente nel proprio “metaverso principale”, i videogiochi. La casa aveva inoltre rassicurato che i neopropritari avrebbero garantito agli artisti indipendenti maggiori possibilità e libertà di entrare in contatto con creatori e sviluppatori che desiderassero concedere in licenza la propria musica.
A quelle dichiarazioni aveva fatto seguito la stessa Songtradr che a sua volta aveva posto similari rassicurazioni a partire dalla volontà di mantenere il modello di business artist-first. Gli artisti, scrivevano, “avranno la possibilità di concedere in licenza la propria musica a tutte le forme di media, inclusi creatori di contenuti, sviluppatori di giochi, app e marchi”. Epic Games continuerà inoltre a collaborare con Bandcamp, ad esempio, in progetti come Fortnite Radio.
Ai buoni propositi e alle promesse, segue ora una doccia fredda. Dai post condivisi in queste ore via social media da alcuni ex dipendenti – a cui hanno fatto eco numerosi musicisti e band – apprendiamo che i neo proprietari di Bandcamp hanno licenziato metà del personale precedentemente assunto full-time, inclusi dipendenti di lungo e lunghissimo corso.
Da quel che leggiamo su The Fader, Bandcamp United, ovvero il sindacato dedicato, si è già attivato per negoziare una trattativa con Songtradr. Di seguito una selezione di post tra cui quello dei Deerhoof che sottolinea la modalità con la quale l’azienda si è giustificata.
about half the company was laid off today. some of the most incredible people i’ve ever worked with, including two of my amazing editorial colleagues @diamonde and @atoosamoinzadeh and most of the incredible support staff among many others. this is a loss, no two ways about it
— jj skolnik (@modernistwitch) October 16, 2023
songtradr said 'supporting the bandcamp community is our number one priority'. by laying off half the staff – the beating heart of bandcamp, the workers who made and remade the platform every single day – they've proven that they have no concept of community, nor its actual value
— chris walla (@calculizer) October 16, 2023
Sebbene vendere musica su Bandcamp sia sempre meglio che contare le frazioni di penny che ti dà Spotify e YouTube, licenziare metà dello staff – tra cui molti degli amati membri di lungo corso di questa comunità – scrivendo “it’s business as usual” è incredibilmente stupido oltre che crudele
Deerhoof
https://twitter.com/deerhoof/status/1714014995808501930?fbclid=IwAR0pSPaymb2njjhLF4aH9p25PYW_Tad4KxxXWoN5YRe1PXPZ9ECam7KgxkQ
Il modello Bandcamp
Attiva dal 2007, ma conosciuta a livello internazionale al voltare di quel decennio, Bandcamp non è propriamente una piattaforma di streaming come Spotify e Apple Music. Permette senz’altro l’ascolto musicale in questa modalità ma il suo obiettivo è sempre stato differente, ovvero quello di instaurare un senso di comunità tra utenti, band e musicisti basato sull’acquisto in formato digitale o fisico di album, EP e singoli.
Il modello si completa con una distribuzione più equa degli utili che corrisponde l’82% delle somme incassate da ciascuna vendita dei summenzionati formati. E questo a differenza delle piattaforme di streaming che pagano una frazione di centesimo per stream. Somme inique che da sempre suscitano l’indignazione di artisti e band.