Un recente e approfondito studio condotto da Citigroup – consultabile per intero in formato PDF – ha analizzato la redistribuzione dell’introito che l’industria musicale ha generato lo scorso anno, evidenziando come a fronte dei 43 miliardi di dollari incassati nel 2017, soltanto poco più di 5 milioni sono andati ai musicisti. Parlando di percentuali, potremmo ridurre il tutto al 12%.
Secondo la ricerca, il grosso della torta se lo spartiscono i distributori tradizionali (radio e etichette discografiche) e naturalmente quelli che si sono imposti sul mercato negli ultimi anni, ovvero le piattaforme di streaming. Non è una novità che Spotify, recentemente quotata in borsa, vale da qualche anno a questa parte più del comparto discografico nella sua interezza, ovvero genera profitti di gran lunga maggiori di quanti il music biz possa ottenere per conto suo, sia dalle vendite fisiche che da quelle digitali della propria musica.

Sempre secondo la ricerca, quel 12% attribuito agli artisti, che di per sé può sembrare scoraggiante, è in realtà un dato di 5 punti percentuali superiore rispetto a quello osservabile nel 2000, e questo perché nel frattempo gli artisti si sono adeguati intensificando il più possibile l’attività live. Era l’unica strada percorribile, del resto, una scelta obbligata non priva di pericolosi rischi per la salute mentale. Negli scorsi mesi, a denunciare i nefasti effetti sulla salute dei musicisti causati da intensi anni passati a suonare incessantemente in giro per il globo, sono stati il documentario Netflix su Avicii (e questo poco prima della sua morte) e le dichiarazioni di James Blake, che ha parlato apertamente di depressione e pensieri legati al suicidio come conseguenza degli stress derivanti dalla vita on the road.
A fronte dei dati raccolti, Citigroup propone tre possibili soluzioni a questa situazione di disparità, e tutte vertono sull’accentramento del business: una idea che di per sé non suona proprio buona, visto che parliamo di passare da una situazione di oligopolio a una maggiormente monopolistica. Proposta numero 1: integrazione verticale, ovvero una partnership o una fusione tra, ad esempio, una booking come Live Nation e la piattaforma di streaming Spotify. Proposta numero 2: integrazione orizzontale, ovvero una fusione tra le stesse piattaforme di streaming, metti Apple Music assorbita da Spotify o viceversa. Proposta numero 3: integrazione verticale di tipo “organico”, ovvero piattaforme come Spotify che prendono il controllo (o il posto) delle tradizionali etichette discografiche (offrendo magari guadagni maggiori all’artista).