Ci sono voluti quasi trent’anni perché una delle notti più drammatiche e spartiacque della storia della musica americana trovasse una verità giudiziaria. La giuria della contea di Clark, in Nevada, ha dichiarato colpevole Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, ex leader della gang South Side Compton Crips, per il suo ruolo nell’agguato di Las Vegas che costò la vita al rapper Tupac Shakur: era il 7 settembre del ’96.
Il verdetto è arrivato dopo undici giorni di processo e meno di tre ore di camera di consiglio. Davis è stato riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado con l’aggravante di aver agito con l’intento di promuovere, favorire o assistere a un’organizzazione criminale, ma per la sentenza e quindi la quantificazione della pena bisognerà aspettare il prossimo 13 ottobre. Davis era già stato arrestato nel settembre 2023 e ora rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale, anche se la difesa ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello.
La dinamica: East Coast vs West Coast
Tupac aveva 25 anni quella sera in cui fu colpito da quattro colpi di pistola esplosi da un’auto in corsa. Si trovava a bordo di una BMW guidata da Marion “Suge” Knight, boss della Death Row Records e aveva appena assistito a un incontro di boxe di Mike Tyson all’MGM Grand. Ma l’agguato fu una spedizione punitiva: solo poche ore prima, l’entourage della Death Row e lo stesso Tupac avevano aggredito Orlando Anderson, nipote di Davis, nella hall dell’hotel. Il rapper morì sei giorni dopo in ospedale, mentre Knight riportò una ferita alla testa.
La sua uccisione diede vita a diverse teorie complottiste, tra cui quella che vedeva il rapper fingere la sua morte per togliersi dai riflettori e dai problemi legati alla faida hip hop. In un primo momento, i sospetti ricaddero su Notorious B.I.G. (ucciso poi in circostanze molto simili nel 1997), Puff Daddy e altri membri di spicco dei Crips, banda rivale legata alla East Coast. Lo stesso Davis era entrato fin da subito nell’inchiesta ma con un altro ruolo, quello di testimone oculare.
Oggi la verità processuale ribalta la situazione: Davis fu dietro l’organizzazione del delitto. Sotto la legge del Nevada questo rappresenterebbe una colpevolezza totale, dato che la pianificazione e il concorso in omicidio equivalgono all’esecuzione materiale.
La verità nell’interrogatorio del 2008
Il pilastro su cui la procura ha costruito il caso è un dettagliato interrogatorio registrato nel 2008. All’epoca, Davis stava cercando di ottenere l’immunità in un’indagine per traffico di stupefacenti e spiegò minuziosamente la composizione della Cadillac da cui partirono i colpi la sera dell’omicidio.
Al volante c’era Terrence “Bubble Up” Brown. Davis sedeva sul sedile del passeggero anteriore, mentre dietro si trovavano DeAndre “Dre” Smith e il nipote Orlando Anderson. Nello storico audio del 2008, riascoltato in aula il 20 agosto scorso, Davis racconta di aver passato la Glock calibro .40 ai passeggeri posteriori perché non aveva la visuale libera. “Abbiamo fatto quel che dovevamo fare”, dichiarò Davis agli inquirenti, aggiungendo che subito dopo la sparatoria il gruppo tornò in albergo per “fumare erba e bere”.
Nessuno degli altri tre passeggeri ha potuto smentire o confermare questa ricostruzione durante il processo, poiché tutti morti da tempo (Anderson, presunto esecutore materiale, è rimasto ucciso nel ’98 durante una sparatoria a Compton). Ad oggi, quindi, Davis resta l’unica persona incriminata per la morte di Shakur.
Nel corso dell’ultimo decennio tra l’altro, l’ex leader dei Crips ha più volte rivendicato il proprio ruolo nell’agguato in interviste, documentari e soprattutto nella sua autobiografia del 2019, Compton Street Legend. Nel luglio del 2023 la perquisizione a casa sua ha permesso di sequestrare munizioni, dispositivi elettronici e una copia del libro, portando poi al suo arresto a settembre.
La strategia della difesa, guidata dall’avvocato Michael Sanft, ha tentato di derubricare quelle confessioni a semplici “esagerazioni commerciali”, costruite ad hoc per monetizzare la notorietà e vendere il libro. La tesi, però, non ha convinto gli giurati.