King Gizzard and the Lizard Wizard, foto di Maclay Heriot (2025)
King Gizzard and the Lizard Wizard, foto di Maclay Heriot (2025)

King Gizzard via da Spotify: “Restiamo fedeli a noi stessi”

Dopo le polemiche sugli investimenti di Daniel Ek in un’azienda di armi basate su IA, la band australiana ritorna sulla propria decisione sostanziandone le motivazioni

Lo scorso mese i King Gizzard & The Lizard Wizard hanno annunciato di aver rimosso il proprio catalogo da Spotify con un post condiviso su Instagram: «Abbiamo appena tolto la nostra musica dalla piattaforma. Vogliamo far pressione su questi tech bros stile Dr. Evil affinché facciano meglio? Unisciti a noi altrove. F*ck Spotify». Hanno poi approfondito la scelta in una recente intervista al Los Angeles Times.

Il frontman Stu Mackenzie ha raccontato che la notizia dell’investimento di Daniel Ek in un’azienda di armi basate su intelligenza artificiale è stata accolta con «un po’ di shock, e poi la sensazione di non dovermi sorprendere». «Diciamo f— Spotify da anni, per tante ragioni già note. Non mi considero un attivista, ma volevamo restare fedeli a noi stessi e avere la nostra musica in luoghi in cui ci sentiamo a posto».

La scelta, maturata «con una sola telefonata», non è stata priva di riflessioni: «Volevo che la nostra musica restasse accessibile, ma a volte bisogna dire: “Scusate, qui non ci saremo per un po’”». Mackenzie non si aspetta che Ek o Spotify “facciano caso” alla loro assenza: «Per noi è anche un esperimento, vediamo cosa succede. Perché deve essere per forza essere tutta ‘sta storia? Stiamo solo cercando la nostra positività in una situazione oscura».

I King Gizzard, che pubblicano su etichette proprie e hanno costruito un pubblico fedele grazie a un flusso creativo costante (27 album in 15 anni, l’ultimo pubblicato è Phantom Island), rivendicano la libertà di non seguire modelli prestabiliti nell’industria musicale: «Se c’è un modello, è che non devi seguire un percorso se non vuoi. Siamo stati disposti a fallire, e il nostro pubblico continua a seguirci anche quando facciamo scelte potenzialmente egoiste».

La polemica e gli investimenti di Daniel Ek

A fine luglio, la popolare piattaforma di streaming musicale Spotify è finita al centro di una nuova ondata di critiche per motivi etici e politici. Il motivo: un investimento da circa 600 milioni di dollari effettuato da Daniel Ek, CEO del colosso svedese, in Helsing, società tedesca attiva nello sviluppo di sistemi d’arma basati su intelligenza artificiale. L’azienda fornisce software destinati a scenari bellici, sollevando timori sul crescente ruolo delle Big Tech nell’industria della difesa.

L’operazione – la seconda dopo un primo intervento nel 2022 – ha riacceso il dibattito sull’etica aziendale di Spotify e sul conflitto tra profitto tecnologico e responsabilità sociale. Diversi artisti e attivisti hanno rilanciato l’appello al boicottaggio della piattaforma, criticata anche per il suo modello di remunerazione (0,003-0,005 dollari per stream, tra i più bassi del settore) e per la crescita di ghost artist e contenuti generati da IA, percepiti come un’ulteriore minaccia per i già esigui guadagni dei musicisti.

Chi ha lasciato

Altri artisti hanno scelto di rimuovere il proprio catalogo da Spotify: tra i primi a dichiararlo ci sono stati i Deerhoof, seguiti dagli Xiu Xiu, che lo scorso mese si sono uniti alla protesta con parole forti contro la piattaforma. A loro si sono aggiunti diversi altri musicisti e produttori indipendenti come Auroro Borealo, David Bridie, Charlie Waldren dei Poolroom, mentre altri ancora, come il producer tedesco Skee Mask, avevano già preso questa decisione nel 2022.

Non tutti però possono permettersi una scelta così radicale: Piero Pelù, pur esprimendo la volontà di lasciare Spotify, ha spiegato di non poterne disporre liberamente a causa della vendita del proprio catalogo.

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