Daniel Ek, CEO e fondatore di Spotify
Daniel Ek, CEO e fondatore di Spotify

Spotify sotto accusa: artisti in fuga per armi e diritti

Il CEO Daniel Ek investe milioni in tecnologie militari: la risposta del mondo musicale

La popolare piattaforma di streaming musicale Spotify è finita al centro di una nuova ondata di critiche per motivi etici e politici. Al centro della polemica un investimento da circa 600 milioni di dollari effettuato da Daniel Ek, CEO del colosso svedese, in Helsing, società tedesca attiva nello sviluppo di sistemi d’arma basati su intelligenza artificiale. Helsing fornisce software destinati a scenari bellici, sollevando timori sul crescente ruolo delle Big Tech nell’industria della difesa.

L’investimento – il secondo, dopo un primo intervento risalente al 2022 – ha riacceso il dibattito sull’etica aziendale di Spotify e sul conflitto tra profitto tecnologico e responsabilità sociale. Diversi artisti e attivisti hanno rilanciato l’appello al boicottaggio della piattaforma, criticata anche per il suo modello di remunerazione: agli artisti spetta una quota compresa tra 0,003 e 0,005 dollari per stream, valori sensibilmente inferiori rispetto a competitor come Apple Music, Tidal o Anghami. A questo si aggiungono le crescenti preoccupazioni per l’inflazione di ghost artist e contenuti generati da intelligenze artificiali, percepiti come ulteriore minaccia per i già esigui guadagni dei musicisti.

Chi lascia e chi resta

Alcuni musicisti hanno deciso di rimuovere il proprio catalogo da Spotify. Tra i primi a dichiarare di farlo i Deerhoof, seguiti recentemente dagli australiani King Gizzard and the Lizard Wizard, band nota per la sua prolificità e l’impegno politico. In un post su Instagram, il gruppo ha dichiarato: “Abbiamo appena rimosso la nostra musica dalla piattaforma. Vogliamo far pressione su questi tech bros stile Dr. Evil affinché facciano meglio? Unisciti a noi altrove. F*ck Spotify”.

Anche gli Xiu Xiu si sono uniti alla protesta. Il leader Jamie Stewart ha raccontato a Anthony Fantano, noto youtuber musicale, le difficoltà burocratiche incontrate nel tentativo di rimuovere l’intero catalogo, a causa dei vincoli con alcune etichette. “Non vogliamo che la nostra musica contribuisca a ferire persone nel Sud del mondo”, ha dichiarato il gruppo, definendo Spotify “un buco apocalittico”.

Non tutti, però, possono permettersi una scelta così radicale. Piero Pelù, pur esprimendo la volontà di lasciare la piattaforma, ha spiegato di non esserne in grado per via della vendita del proprio catalogo.

 

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Neil Young e le proteste precedenti

Il caso ricorda la protesta di Neil Young nel 2022, quando il cantautore canadese chiese la rimozione della propria musica da Spotify in opposizione alla disinformazione sui vaccini veicolata dal podcast The Joe Rogan Experience. «O lui o me», scrisse Young in una lettera pubblica, accusando la piattaforma di complicità nella diffusione di notizie false sul Covid. Spotify accolse la richiesta rimuovendo il suo catalogo, pur dichiarando rammarico.

«Spotify è un servizio dannoso che ha contribuito a diffondere bugie sul COVID», aggiunse l’artista in una seconda lettera intitolata In The Name Of Truth, ringraziando la sua etichetta Warner Bros per averlo sostenuto nonostante la drastica riduzione del proprio ascolto in streaming, stimata attorno al 60%. A malincuore, il songwriter è poi tornato sulla piattaforma nel 2024.

Oggi la protesta assume nuove forme: non più solo contro la disinformazione sanitaria, ma anche contro i legami con l’industria bellica, la svalutazione del lavoro artistico e l’automazione della creatività. Una frattura profonda tra musica e mercato, destinata con ogni probabilità a rimanere tale, perché oltre all’impegno del singolo serve necessariamente un’azione collettiva.

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